di Daniele Poto – Non è una storia triste. E’ una storia bella. Ma strana. Avete presente l’enorme clamore che ha suscitato la vittoria della nazionale italiana di pallavolo ai mondiali disputati nelle Filippine, copia conforme e omologa dello squadrone femminile? Dirette sulla Rai, record d’ascolto, ricevimento al Quirinale dal Presidente della Repubblica. Ebbene, nonostante questo successo, che potrebbe dare complessivamente alla testa, nel vivo del collettivo azzurro c’è un esodato. E non uno qualunque ma un giocatore che per il suo ruolo di opposto è stato giudicato il migliore specialista della rassegna.
Yuri Romanò, 28 anni, nella prossima stagione andrà a giocare a Novy Urengoy, piccola e praticamente sconosciuta località della Siberia.


Non una scelta di vita ma una necessità perché, evidentemente, nessuna squadra italiana ha accettato le sue richieste o gli ha garantito un posto da titolare nel prossimo campionato. Le difficoltà di inserimento di Romanò nel tessuto vivo della pallavolo nostrana sanno di recidiva. Perché il suo talento è sbocciato tardi per l’insussistenza di requisiti competitivi, la fiducia assoluta di un club che puntasse su di lui.
Ora Romanò ha tagliato la testa al toro e ha traslocato 3.700 chilometri lontano da casa, andando incontro a una sorta di occhio del ciclone perché non si può non considerare come la Siberia risenta sensibilmente delle conseguenze della guerra russo-ucraina. Oltretutto per le difficili condizioni, anche meteorologiche visto che il club si allena nei pressi di Mosca, non proprio dietro l’angolo rispetto all’Italia ma anche alla Siberia.
Flash back. Nel 2021 Romanò giocava in A 2, lontano dalle luci dei riflettori, ma grazie all’intuito del selezionatore azzurro De Giorgi, cinque volte mondiale tra campo e panchina, venne convocato nel Club Italia, da cui non è più mai uscito. Poi passa a Milano e quindi a Piacenza ma nel 2025 nessun club gli propone un contratto all’altezza nonostante la vittoria mondiale.
Come definirlo? Non temerario ma coraggioso.
Nella girandola di stranieri non c’è posto per un italiano da sballo. A Piacenza hanno puntato sul più giovane Vigor Bovolenta che in nazionale non ha ancora messo solide radici ma che, agli occhi del club, ha il vantaggio di avere sette anni di meno. Così Romanò viene definito “un talento in fuga”.


A cui tutto verrà più difficile: rispondere alle chiamate della nazionale con viaggi defatiganti, venire a contatto con una realtà sportiva e umana completamente diversa. Questa situazione riflette le contraddizioni del sistema sportivo italiano che è tutt’altro che esterofobo ma in cui la legge della domanda e dell’offerta sembra ormai disfunzionale se un campione come Romanò è costretto a emigrare.
Emigrante di lusso ma pur sempre emigrante nel senso stretto del termine.
Come commenta l’interessato questa anomalia. Con pacatezza, come da carattere, minimizzando:
“Sono campione del mondo e ne vado orgoglioso. Sono stato giudicato come migliore opposto del mondo ma vado all’estero. Spero che i titoli acquisiti contribuiscano a non farmi dimenticare dagli italiani”.
Cosa gli offre la squadra siberiana? Le cifre del contratto sono top secret ma non è un mistero l’influenza della Gazprom, che è l’entità economica più vicina alla città di Novy Urengoy. Siamo a pochi chilometri dal Circolo Polare Artico che assicura temperature da brivido. La squadra gode di un buon supporto economico ma è reduce da risultati scadenti. Nello scorso campionato nella Superlega russa è arrivata decima, collezionando 10 vittorie e 18 sconfitte. Romanò per la nuova esperienza chiederà consiglio al collega Matej Cernic e proprio a Ferdinando De Giorgi, che hanno vissuto una precedente analoga esperienza.
Nella speranza che la pallavolo italiana sia in grado l’anno prossimo di ristabilire la normalità riabilitando Romanò al campionato nazionale.
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