di Massimo Lavena – Quanti nomi, quanti record, quanti campioni e quante storie sono passati sui campi sportivi, nelle acque di piscine e laghi, in questi 128 anni di Giochi Olimpici dell’era moderna.
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Se Roma 1960 ebbe la meraviglia delle vestigia degli imperatori come luoghi di molte gare, non c’è dubbio che gli spettatori che si sono accaparrati i biglietti per il beach volley a Parigi si troveranno in un ambiente semplicemente meraviglioso: i giardini del Trocadéro, davanti alla Tour Eiffel. E dall’altra parte della Tour Eiffel, il Campo di Marte sarà teatro di molte attività nella prossima Paralimpiade che inizierà il prossimo 28 agosto. Che spettacolo.


Oksana Aleksandrovna Čusovitina è l’unica atleta ad aver partecipato a otto edizioni dei Giochi nella ginnastica artistica. La sua carriera iniziò nel 1992 con l’oro nel concorso a squadre a Barcellona 1992, all’interno della Squadra Unificata della ex Unione Sovietica, proseguì con l’Uzbekistan nel 1996, 2000, 2004; prese la cittadinanza tedesca in quanto si trasferì in Germania per curare il figlio, affetto da una grave forma di leucemia. Partecipò ai Giochi di Pechino 2008 e Londra 2012 con la squadra tedesca. Rientrata in patria, ha partecipato ai Giochi di Rio e di Tokyo nuovamente sotto il vessillo celeste-bianco-verde dell’Uzbekistan.


Il calcio, ai Giochi, è un po’ figlio di un dio minore, avendo un ruolo un po’ di secondo piano rispetto a altre discipline anche di squadra, come basket, pallavolo o pallamano.
Ma nella storia dei Giochi ci sono degli avvenimenti che hanno segnato un determinato periodo sportivo. Uno dei fatti più rimarchevoli di un torneo olimpico di calcio, avvenne durante Monaco 1972, edizione marchiata dalla strage degli atleti israeliani compiuta dai terroristi palestinesi di Settembre Nero.
Si incontrarono le due Germanie in uno scontro fratricida. Germania Ovest – Germania Est terminò con la vittoria per 3 a 2 dei tedeschi della Repubblica Democratica Tedesca, la DDR, che poi giunse terza alle spalle della Polonia e dell’Ungheria. Il dominio delle nazionali dei Paesi dell’Est (che con la scusa del dilettantismo di Stato e delle squadre legate alle forze armate potevano presentare le nazionali maggiori) era cominciato già dai Giochi di Helsinki 1952, e terminò solo nel 1984, quando a Los Angeles furono ammesse le nazionali professionistiche under 23, composte da giocatori che non avessero ancora partecipato a competizioni ufficiali con la propria nazionale maggiore.
Cosa unisce Jesse Owens, Fanny Blankers-Koen e Carl Lewis? Sono i tre atleti che hanno vinto 4 medaglie d’oro nell’atletica in una singola edizione dei Giochi. Lo statunitense Jesse Owens vinse 100, 200, salto in lungo e staffetta 4×100 a Berlino 1936; l’olandese Fanny Blankers-Koen vinse 100, 200, 80 ostacoli e staffetta 4×100 a Londra 1948; lo statunitense Carl Lewis vinse 100, 200, salto in lungo e staffetta 4×100 a Los Angeles 1984.
La “mammina volante” Fanny Blankers-Coen, così soprannominata in quanto gareggiò a Londra dopo aver avuto già due figli, partì per i primi Giochi dopo il dramma della II Guerra Mondiale. Nonostante una violenta campagna nazionale della stampa che la osteggiava, proprio perché mamma, si presentò in forma smagliante ai blocchi di partenza.
L’Olanda, alla fame e ancora ferita a causa della II Guerra Mondiale, venne travolta emotivamente dalle vittorie della sua “mammina”: la popolazione in festa si riversò nelle strade di tutti i Paesi Bassi, dopo la terza medaglia d’oro, e al rientro in patria dopo i Giochi, tributò a Fanny Blankers-Koen un vero e proprio trionfo per le strade di Amsterdam che attraversò a bordo di una carrozza offerta dal Comune della città. La Federazione Internazionale dell’atletica leggera – IAAF, nel 1999 la elesse come “Atleta del Secolo XX”.
Quando si dice che “la scherma per l’Italia è la cassaforte delle Olimpiadi” si intende che in ogni edizione dei Giochi, dalle 3 armi fioretto, spada e sciabola, giungono sempre tante medaglie, individuali e a squadre, che vanno a rimpinguare il bottino azzurro. E basta scorrere l’elenco dei primi 10 atleti italiani per numero di medaglie vinte nelle XXXII edizioni dei giochi, per rendersi conto di quanto la scherma sia fonte inesauribile di gioie e vittorie per lo sport olimpico italiano.
- Edoardo Mangiarotti, scherma – spada e fioretto: 13 medaglie (6 ori, 5 argenti, 2 bronzi)
- Valentina Vezzali, scherma – fioretto: 9 medaglie (6 ori, 1 argento, 2 bronzi)
- Giulio Gaudini, scherma – fioretto e sciabola: 9 medaglie (3 ori, 4 argenti, 2 bronzi)
- Giovanna Trillini, scherma – fioretto: 8 medaglie (4 ori, 1 argento, 3 bronzi)
- Gustavo Marzi, scherma – fioretto e sciabola: 7 medaglie (2 ori, 5 argenti)
- Nedo Nadi, scherma – fioretto, sciabola e spada: 6 medaglie (6 ori)
- Giuseppe Delfino, scherma – spada: 6 medaglie (4 ori, 2 argenti)
- Raimondo D’Inzeo, equitazione: 6 medaglie (1 oro, 2 argenti, 3 bronzi)
- Piero D’Inzeo, equitazione: 6 medaglie (2 argenti, 4 bronzi)
- Oreste Puliti, scherma – fioretto e sciabola: 5 medaglie (4 ori, 1 argento)
La maratona: evoca eroismo, fatica, emozioni, rivalse. Nel 1936 a Berlino vinse il giapponese Kitei Son e il bronzo andò al suo connazionale Shoryu Nan. In realtà il vincitore si chiamava Sohn Kee-Chung e il suo compagno Nam Sung-Yong, ed erano figli della Corea, sottomessa all’Impero del Giappone.
E così la gioia per la vittoria nella corsa della vita a Sohn Kee-Chung gli fu privata, perché sul podio risuonò l’inno giapponese e sventolò la bandiera del Sol Levante. In un moto di orgoglio e dolore Sohn Kee-Chung tenne gli occhi bassi e non guardò la bandiera del Sol Levante che veniva issata nello stadio olimpico di Berlino.
Ma la sua foto sul podio venne ripresa dai giornali coreani che cancellarono dalla sua tuta lo stemma dell’oppressore imperiale, causando violente reazioni da parte del governo giapponese attraverso il Governatore a Seul. Ma la Storia Olimpica e l’amore dei coreani per questo piccolo atleta che non si arrese, fecero sì che Sohn Kee-Chung avesse in patria il suo momento di gloria: fu lui, a 73 anni, il tedoforo che entrò nello stadio olimpico di Seul, il 17 settembre 1988, portando la fiamma di Olympia, e indossando, felice, la maglietta con lo stemma della Corea.


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