di Daniele Poto – Il Papa li ha definiti “Testimoni di speranza e coraggio”. Si sono guadagnati un posto al sole nello sport di serie A in forza di risultati e di esempi, gareggiando senza complessi di inferiorità negli stessi contesti dei normodotati. Oggi i Paralimpici azzurri hanno un profilo agonistico persino superiore nel contesto mondiale a quelli che Fiamma Satta chiama “abiloni”.
Nell’ultima Olimpiade di Tokyo pur gareggiando nell’universo straniante di un altro continente, di un diverso fuso orario, di una concorrenza sorprendente, hanno dimostrato che si può vincere senza ripercorrere gli eccessi di un Pistorius, recentemente scarcerato.
Incamerando per la maggior gloria dello sport italiano un bottino di 69 medaglie (14 d’oro, 29 d’argento e 26 di bronzo), classificandosi al nono posto nel medagliere per nazioni, un posto più su per conta di medaglie, quindi stabilmente nel G 8 di quello che una volta, con brutta terminologia, veniva definito lo sport con handicap, con ancora più pesante sostantivo per chi lo praticava.


Mai lo sport del cosiddetto piano superiore (quello di Tamberi, Jacobs, Paltrinieri) ha riscosso un risultato così brillante. E da Tokyo l’avanzata è stata ancora più imponente perché in questa deriva la forza dell’emulazione è un magico richiamo all’arruolamento per ipovedenti o per una delle cento e più categorie di confinamento di uno sport senza frontiere dove anche il deficit di una gamba non impedisce un risultato nel nuoto grazie al macrosviluppo della muscolatura residuo. Dal 2021 al 2024 i progressi sono stati sensibili tanto da far presagire per i Giochi di Parigi del prossimo anno un risultato ancora più clamoroso.
Non è un fatto casuale se si può vaticinare che il Presidente del Comitato Paralimpico Luca Pancalli, già pentathleta, possa succedere, in virtù della propria competenza, a Giovanni Malagò come presidente del Coni. In una gara per titoli e non per voti certamente sarebbe il dirigente che avrebbe diritto di primogenitura. Grazie anche a lui lo sport paralimpico nostrano ha prodotto fenomeni che sono anche iconici. Prima fra tutti Bebe Vio, capolavoro di volontà e di intelligenza, appetita anche dagli sponsor a dimostrazione di uno sport senza frontiere.


A novembre Taranto ha ospitato il Festival della Cultura Paralimpica, dimostrando che dietro le gare c’è un mondo vitalissimo. Tanto da garantire la stessa presenza del primo cittadino della Repubblica Sergio Mattarella.
L’appuntamento ha offerto presentazione di libri, film e documentari per documentare ai presenti (anche normodotati, certamente) la diversa percezione della disabilità. Era presente il magico trio che ha realizzato un en plein senza paragoni nei 100 piani categoria T 63 dei Giochi.
Irripetibile: prima seconda e terza, rispettivamente Ambra Sabatini, Martina Caironi, Monica Graziana Contraffatto. Per trovare un risultato simile nell’altro mondo, quello dei presunti normali, dobbiamo tornare indietro di 37 anni quando nella ben più dimensionata rassegna degli europei di atletica di Stoccarda 1986 la tripletta fu firmata da Mei (oggi presidente di federazione) Cova e Antibo. Le tre hanno fatto le prove generali per il 2024 ribadendo oro, argento e bronzo ai mondiali nella stessa Parigi con la Sabatini a stabilire il primo – 14” della storia nei 100. Un tempo che le ha consentito di essere eletta come sportiva dell’anno tra i paralimpici.
Le Fiamme Gialle, corpo nel quale è arruolata, le hanno dedicato il documentario “Pezzi d’Ambra: lezioni di atletica, lezioni di vita” che è un piccolo gioiello di educazione civica. Già, perché non c’è bisogno di precisarlo, gli atleti di spicco si assicurano un futuro con l’inquadramento nei corpi militari, garanzia di futuro, liberi espandersi a tempo pieno nello sport.





















