di Daniele Poto – L’Italia sa stare a galla. A volte viene da chiedersi come faccia a esistere una nazione di questo nome con 2835 miliardi debito pubblico. Poi guardi il Giappone e ti rispondi: si, è possibile.
Ma l’Italia sa stare perfettamente a galla anche nel nuoto uscendo dagli insoliti mondiali negli accoglienti ma non democratici Paesi Arabi con un medagliere e un rango internazionale di tutto rispetto.
Facciamo la tara all’insolita effettuazione dell’evento a febbraio nell’anno dell’Olimpiadi e in un circuito che poco ha a che fare con il nuoto. Era buffo vedere in televisore gli emiri mentre assistevano perplessi alle trattenute e agli affondamenti nella finale della pallanuoto malauguratamente persa dall’Italia contro la Croazia.
Ma tant’è: i petrodollari fanno gola a tutti. Anche alla Federazione Internazionale di nuoto (FINA), che ha concesso ai ricchi organizzatori la nomination per la manifestazione.
L’Italia campeggia al quinto posto finale con irripetibile medagliere, ampiamente dentro al G7 delle vasche con un gruzzolo di dodici podi (due medaglie d’oro, cinque d’argento e cinque di bronzo) pur non avendo schierato nelle gare maschile quello che è attualmente il suo più forte nuotatore, il polivalente Ceccon.
Se leggiamo il numero di metalli l’Italia risalirebbe addirittura al quarto posto dietro Stati Uniti, Cina e Australia, scavalcando l’Olanda, prima nazione di un vecchio continente, peraltro piuttosto in declino.
Gli ori della Quadarella, la meravigliosa effervescenza dei nostri stile liberisti, il crescendo di Razzetti, la solidità di Acerenza.


Unico rilievo critico l’eccessiva disponibilità alle gare di Paltrinieri, il più titolato nel lotto, medaglie raccolte a pioggia in tutte le manifestazioni nell’ultimo decennio.
A 28 anni Paltrinieri sta un po’ disperdendo il proprio talento gareggiando outdoor e indoor, negli 800, nei 1.500 in acque libere, individualmente e di squadra. Così l’oro sospirato è svanito. Dal proverbio riveduto e corretto: “Chi troppo vuole rischia di non stringere nulla alla fine”. L’esclusione dalla finale dei 1.500, in fondo la sua gara preferita manda un sicuro allarme. Ammonimento per una migliore selezione di impegni ai Giochi di Parigi da cui è fortemente attratto per un degno fine carriera.
Ma ci sono notizie che hanno ingolosito direttamente il presidente del Coni Malagò ovvero la qualificazione delle due squadre di waterpolo. Quella maschile con un oro sfumato solo ai rigori e dopo essere stato in vantaggio nel gioco dei penalty; quella femminile con un traguardo raggiunto nella finale per il settimo posto battendo il Canada.
Sono conquiste che vanno a sanare le difficoltà di qualificazione negli sport di squadra che dovrebbero essere superate dalla possibile promozione delle due squadre di pallavolo, mentre per il basket la partita capolinea e spareggio con la Lituania sembra un approdo poco abbordabile.
Si può dire che negli sport universalmente praticati (per questo escludiamo ancora la scherma) non c’è disciplina in cui l’Italia reciti un ruolo così importante come nel nuoto.
Ma quello che più importante è che il successo mondiale non è un miracolo ma è l’ennesima tappa di una programmazione efficiente a cui va dato merito al presidente Barelli, dirigente discusso ma in ambito tecnico e di scelte, indiscutibilmente capace.


Conforta in previsione futura anche la giovane età degli interpreti (Pilato, Sansone, Conte Bonin, Miressi). La storia vincente è passata dal mondiale ma non si fermerà neanche con la tappa di Parigi.
Che poi il nuoto sia uno sport ignorato nelle scuole per cronica indisponibilità degli impianti è tutt’altra storia.





















