di Stefano Macera – Un’occasione imperdibile: così si può definire la visita al cantiere di Palazzo San Felice a Roma, possibile il sabato e la domenica sino al 28 dicembre 2025.
Posto in Via della Dataria, lungo la salita che porta a Piazza del Quirinale, l’edificio sta vivendo una radicale trasformazione. Già a carattere residenziale, è destinato a diventare la nuova sede della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte, sostituendo quindi Palazzo Venezia.


Un passaggio fortemente voluto da Sergio Mattarella. Del resto dal 1948 il palazzo rientra nella dotazione della Presidenza della Repubblica, risultando sin qui utilizzato per alloggiarne il personale.
Visitarlo ora vuol dire, a un tempo, cogliere un mutamento in atto e confrontarsi con una sorprendente stratificazione storico-artistica.


I principi che hanno ispirato l’operazione in corso sono esplicitati nella sala immediatamente successiva all’accoglienza. Dove un pannello richiama l’articolo 9 della Costituzione italiana: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio artistico della Nazione”.
In non pochi momenti queste parole sono state smentite dalla realtà. Ma oggi risuonano con inedita forza, spingendo a rallegrarsi per la missione culturale assegnata a una residenza storica.
Con un po’ di attenzione è possibile cogliere il richiamo, meno diretto, a un altro articolo della Carta del ’48: il 1°, da sempre il più citato di tutti (“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”). Basta attraversare la sala in cui sono raccolte Le istantanee da un cantiere, fotografie suddivise in tre categorie: ambienti, strumenti e persone.
Oltre ad agevolare la comprensione dei lavori, queste immagini celebrano l’attività svolta dagli operai.


I quali finiscono per essere effigiati, condividendo dunque la gloria con l’autore del progetto: lo svizzero Mario Botta, architetto e scultore di fama mondiale. Il nome di quest’ultimo è richiamato nei pannelli che, in un altro ambiente, raccontano la storia del sito.
La narrazione parte da epoche remote per arrivare fino ai giorni nostri, così da rendere conto della data d’inaugurazione del cantiere (12 ottobre 2023). Certo è bene leggere con attenzione, ché si tratta di vicende assai intricate.


Il nucleo da cui origina il presente palazzo era un convento, gestito dall’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e legato alla limitrofa chiesa di San Bonaventura.
Qui, nel 1587, perì San Felice da Cantalice, un religioso che coniugò misticismo e opere di carità. Nel nome il nostro palazzo continua a rendergli omaggio, pur risultando ormai diversissimo dall’austera costruzione iniziale.
Una prima trasformazione si ebbe nel ‘600, quando i Cappuccini si trasferirono nell’area dell’odierna via Veneto. Il convento, per volontà di papa Urbano VIII, fu ampliato e adattato a residenza della famiglia pontificia, mentre la chiesa venne affidata alla comunità lucchese.
Ancor più incisivi furono i lavori che, negli anni ’60 dell’800, Pio IX commissionò a Filippo Martinucci. Il loro svolgimento comportò la scoperta d’una rilevante testimonianza d’età antica: il Sepolcro dei Sempronii, oggi osservabile attraverso la mediazione d’una vetrata. Posto su un piano assai basso, corrispondente al livello stradale dell’antica Roma, esso viene di norma datato sul finire della Repubblica, attorno al 50 a.C. Ciò sulla base di alcune evidenze stilistiche, esemplificate dal pregevole fregio a palmette della cornice superiore della facciata.


In generale, il monumento colpisce per la capacità di coniugare maestosità ed eleganza.
Il suo prospetto, in blocchi di travertino e privo della parte terminale, risulta alleggerito da un’apertura arcuata, volta a immettere nel corridoio che conduceva alla camera sepolcrale. Al di sopra dell’ingresso v’è l’iscrizione con i nomi dei sepolti: Gneo Sempronio, sua sorella Sempronia e la loro madre Larcia. Tre persone di cui non sappiamo nulla, salvo che appartenevano a una Gens, la Sempronia, tra le più potenti della Roma repubblicana.
Giustamente, in uno dei tanti video che s’incontrano nel corso della visita, si insiste sull’impatto che questa costruzione doveva avere ai suoi tempi. Essa era infatti ubicata in una via di grande passaggio, che dal Campo Marzio giungeva sino alla Porta Salutaris delle Mura Serviane, sul lato occidentale del Colle Quirinale. Invero, di squarci sulla storia dell’Urbe il percorso ne offre molti altri.
In un vano di esigue dimensioni, ma reso suggestivo da pitture murali, si conserva un disegno preparatorio della celebre pianta di Roma del 1748, dovuta a Giovanni Battista Nolli.
Datato 1736-1738, però comprensivo di successive integrazioni, esso ci introduce al lavoro svolto per realizzare un’opera dall’ineguagliata precisione topografica. Che non a caso, nell’Europa dei decenni successivi, venne indicata come modello di rappresentazione urbana. Non meno interessanti sono gli ultimi ambienti visitabili, in cui si forniscono diverse anticipazioni circa l’aspetto che il palazzo assumerà a lavori conclusi.
Il progetto è ambizioso: oltre a custodire ben 350.000 volumi, l’edificio ospiterà tra le 190 e le 250 postazioni di studio.


Inoltre non mancheranno gli spazi espositivi, in linea con l’odierna spinta a far coincidere le funzioni della biblioteca con quelle del polo culturale.
Il modo in cui saranno ridisegnati gli ambienti non è solo suggerito dai video: chi vuole può percepirlo anche attraverso i visori per la realtà virtuale. Al riguardo, però, è forse più utile prestare attenzione alle parole dello stesso Mario Botta, incentrate sulla possibilità di guadagnare al luogo un “nuovo significato collettivo”.
In quest’ottica si collocano la “rarefazione delle abitazioni” e la riarticolazione del complesso attorno a tre cortili, uno dei quali sarà adibito ad anfiteatro. Dunque, stiamo parlando di un intervento dal marcato impatto. Che però non rimanda a un avanguardismo fine a sé stesso: l’autore, infatti, dichiara di essersi ispirato alle città del medioevo, pulsanti di vita collettiva.
In particolare, egli si riallaccia all’ideale civico espresso nel ciclo Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo, affrescato da Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena.


In sostanza, più che d’una vena iconoclastica egli ci pare portatore di un’originale rilettura di fasi lontane. Non risulta forzato, quindi, accostare la vicenda del nuovo Palazzo San Felice a quella delle non distanti Scuderie del Quirinale.
E’ vero: la ristrutturazione che investì queste ultime, sul finire del secolo scorso, fu sottoposta a significativi vincoli. Ma la progettista, l’indimenticata Gae Aulenti, riuscì comunque a trasformarle in uno spazio espositivo di audace concezione. Confermando che, se vuole suggerire nuovi orizzonti costruttivi, l’architettura non può prescindere dal dialogo con il passato.
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