di Daniele Poto – Nei bilanci di fine anno per lo sport per il 2023 il valore aggiunto n. 1 per chi ha storia e memoria dovrebbe senz’altro essere l’inserimento in Costituzione. Un inserimento tardivo quanto doveroso tre quarti di secolo dopo l’emanazione della Carta che regola la vita della Repubblica, refrattaria ai tentativi di cambiamento da parte di presunti innovatori politici.
Lo sport si fa bello della formulazione inserita all’altezza dell’articolo 33:
“la Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”.
Approvazione all’unanimità ma che proprio per questa validazione può essere soggetta a una forma di vaga demagogia.
Cerchiamo di arguire le conseguenze concrete rispetto alla teoria dell’articolo. Lo sport viene riconosciuto come fonte di arricchimento e di sviluppo per la persona umana.
Il Dipartimento specifico per lo sport ha glossato così questa novità del 2023: “lo Sport in Costituzione rappresenta la prima tappa di un percorso che concentra, in poche parole, un significato profondo e un valore inestimabile, che possiamo sintetizzare nell’auspicio dello ‘sport per tutti e di tutti’, parte delle indispensabili ‘difese immunitarie sociali’ e importante contributo per migliorare la qualità della vita delle persone e delle comunità”.
Ma nell’attualità c’è una conseguenza indotta che è stata messa a regime ancora prima del varo dell’articolo 23 in questa inedita formulazione.
Nei fatti lo ius soli sportivo si manifesta su piste, pedane, campi da gioco, nell’universo della pratica sportiva italiana. Al vertice come nella base.
Si calcola infatti che, con ogni probabilità, tanto per mostrare un esempio, il 20% degli atleti azzurri che hanno conquistato il diritto a partecipare all’Olimpiade di Parigi, abbia acquisito la nazionalità sportiva prescindendo dal mai applicato ius soli, in particolare nell’atletica leggera e nella pallavolo femminile.


Così lo sport dimostra di essere più avanti della società civile chiedendo esplicitamente alla politica di adeguarsi.
Questa adozione si traduce anche in arruolamento nei corpi sportivi militari con un benefico effetto di inserimento sociale.
Che lo sport attraversi un momento di grande benessere, nonostante l’incerta programmazione dell’Olimpiade bianca di Milano/Cortina in particolare per l’irrisolto e non periferico problema della pista da bob, è testimoniato dal considerevole aumento dei contributi versati alle Federazioni nazionali da Sport e Salute.
Un fiume di 289 milioni di contributi con un aumento di 15 (+5,8%) rispetto all’anno precedente.
E’ il filone seminale che alimenta la pratica di grande livello e che vede al vertice della piramide le discipline più popolari: nell’ordine calcio, pallavolo, atletica leggera e nuoto.
Ma il 2023 è stato l’anno del boom del tennis che ha promosso la figura di sportivo più popolare d’Italia, facendo dimenticare che forse la sua prima lingua è il tedesco, ovvero Jannik Sinner, numero quattro del mondo, alfiere azzurro in Coppa Davis.
Molte federazioni avranno un bilancio sovralimentato da un +10% e non sono poche quelle che possono contare su cifre vietate alle consorelle francesi o britanniche. C’è disponibilità anche per le federazioni di servizio e di cui non si può fare a meno come quella dei cronometristi o dei medici sportivi.
Ma non ci si dimentica degli enti di promozione capitanati dall’Uisp, sempre più lontani da un gretto apparentamento partitico. In questa bonaccia al momento non si respirano grandi tensioni tra Sport e Salute e il Coni per la continua mediazione del Ministro dello Sport Andrea Abodi.
In fin dei conti è il momento di remare in solidarietà verso lo stesso traguardo, il già citato obiettivo olimpico di Parigi 2024.





















