di Stefano Macera – Senza grandi annunci, il 26 giugno ha riaperto a Roma l’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano. Di non comune interesse, essa si segnala sia per i valori architettonici sia per i reperti esposti. Da fuori si presenta come un quadrato, ma l’interno, distinto agli angoli da quattro nicchie semicircolari, assume quella forma ottagonale che ha originato il nome attuale.
Invero, a colpire chi entra è soprattutto la cupola: esempio della tipologia “a ombrello”, ha un diametro di 22 metri e culmina con un anello ottagonale, oggi chiuso da un vetro.
Osservandola, il pensiero corre al talento costruttivo dei romani, generatore d’una sorprendente varietà di forme. La riflessione, però, dura poco, ché a un certo punto lo sguardo viene attratto verso il basso. Al centro del pavimento, infatti, un’apertura ottagonale con un vetro offre un suggestivo spaccato dei sotterranei.
In essi, non vi sono solo le strutture di fondazione dell’edificio, ma anche resti di costruzioni precedenti. Di più, non mancano pilastri rettangolari riferibili al XVII secolo, periodo in cui i papi trasformarono l’aula in magazzino del grano, ricavandone tre livelli. Un destino condiviso con diversi spazi contigui, tutti ubicati nel settore occidentale dell’edificio balneare delle Terme.
Del resto, nel corso del tempo questo ambiente è stato usato nei modi più svariati. Ma qual era la sua funzione originaria? Gli studiosi l’hanno dedotta da due fattori: un disegno cinquecentesco segnalante la presenza d’una vasca e l’assenza di impianti di riscaldamento.
Da questi elementi è nata l’ipotesi del frigidarium minore, sostanzialmente dedicato alle abluzioni. Se a tal fine venne costruita, tra il 298 e il 305 d.C., a maggior ragione colpisce che, sul finire degli anni ’20, vi fu installato un planetario, ossia un proiettore atto a riprodurre sulla cupola i movimenti dei corpi celesti. Tale apparecchio venne rimosso nel 1987 e
oggi l’Aula si configura come uno spazio espositivo, comprendente il Museo dell’Arte Salvata e una collezione di statue provenienti dai maggiori complessi termali dell’Urbe.
Quest’ultima illumina non poco il rapporto tra la statuaria romana e quella greca. Si pensi all’Herakles, in origine collocato nelle Terme di Caracalla. Lo si data tra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C., evidenziandone la derivazione da un modello di Policleto (430 a.C. circa).
E’ vero: in quest’opera, che raffigura l’eroe e semidio nudo e a riposo, ben poco rimane degli arti superiori e inferiori. Ma ancora s’intuisce la ricerca di un perfetto equilibrio tra le varie parti del corpo, in linea con l’ideale estetico del grande scultore greco.


A un tipo di poco precedente rimanda la testa di Atleta, abrasa nel naso e in parte del volto, che fu ritrovata proprio nelle Terme di Diocleziano. L’esecuzione romana è degli inizi del II secolo d.C. ma lo stile di riferimento è quello Severo, tipico della fase di transizione (480-450 d.C.) tra l’arcaismo maturo e il pieno affermarsi dell’arte classica.
Un modo espressivo, segnato dal rifiuto del decorativismo e dalla ricerca di realismo anatomico, in cui però ancora affioravano pregresse rigidità. Significativamente la scultura in esame, pur realizzata durante l’apogeo dell’Impero romano, non le trascende.


Ma passiamo al Museo dell’Arte Salvata, destinato all’esposizione transitoria di opere già disperse o trafugate. Oggi vi è in corso una mostra, Nuovi Recuperi (26 giugno 2025 – 11 gennaio 1926), che sino a fine agosto risulterà gratuita, per poi rientrare nel biglietto del Museo Nazionale Romano, di cui l’Aula Ottagona è un polo.
Tale esposizione include perlopiù materiali rimpatriati dagli Usa e da varie località europee tra il 2022 e il 2025, in conseguenza di operazioni condotte dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale.
Una teca, però, è dedicata a oggetti provenienti da Egitto, Siria e Iraq, paesi depredati a causa di dinamiche belliche o di un’insufficiente normativa a tutela dei beni culturali. Consegnati ai Carabinieri da cittadini italiani che ne sono entrati in possesso in vari modi, saranno presto restituiti ai loro paesi d’origine.
Riguardo alle tante opere ritornate nello Stivale, ci limitiamo a due esempi, entrambi legati a operazioni condotte a New York nel 2023. Il primo concerne una lastra in terracotta dipinta, risalente agli ultimi decenni del VI sec. a.C. e proveniente da Cerveteri. L’opera rappresenta un giovane nudo che beve da una coppa, mentre solleva il braccio destro verso l’alto, ma vi risulta evidente un ripensamento dell’artista. Forse per ripulirla, i trafugatori hanno eliminato uno strato di intonaco, facendo emergere un braccio rivolto verso il basso, a testimonianza di una stesura iniziale assai diversa. Se già questo è interessante, va precisato che tale lastra non solo si lega a quella limitrofa, raffigurante due giovani, ma faceva parte di una serie di scene con musici e atleti recuperata dai Carabinieri già nel 2016.


D’altronde, chi si occupa di beni artistici lo sa: il ritrovamento in tempi diversi di opere collegate non è circostanza rara.
Considerazioni di altra natura suggerisce il ritratto riferito a Gordiano III. La sua collocazione iniziale risulta ignota, mentre per l’esecuzione s’ipotizza la fase compresa tra il 242 e il 244 d.C., anno della morte di questo imperatore. Il quale perì nel corso della campagna contro i Sasanidi, allora regnanti sull’Impero Persiano.


Secondo alcune ricostruzioni, non da tutti approvate, Gordiano III fu ucciso dai suoi stessi soldati, istigati dal Prefetto del Pretorio Marco Giulio Filippo. Questi, più noto come Filippo l’Arabo, sarebbe di conseguenza asceso al trono.
Da sovrano, tuttavia, non solo non rimosse il ricordo del suo predecessore, ma ne accettò, forse obtorto collo, la divinizzazione. Inoltre il suo fu un governo improntato a principi di moderazione, confermati dalla tolleranza verso i cristiani. Dunque, sempre che sia fondata l’ipotesi della sua macchinazione ai danni di Gordiano III, stiamo parlando di una figura sfaccettata, più di altre rivelatrice delle contraddizioni del potere nell’Evo antico.
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