di Stefano Macera – Tra i complessi d’età classica conservati a Roma, pochi hanno condizionato lo sviluppo di un ampio territorio come le Terme di Diocleziano. Realizzate tra il 298 e il 305 d.C., esse si estendevano su una superficie di oltre 13 ettari. Riallacciandosi a due prestigiosi precedenti, le Terme di Traiano e quelle di Caracalla, ne riproponevano lo schema. Presentando quindi una vasta area aperta, delimitata da un recinto termale e distinta al centro da un imponente edificio balneare.
Un assetto legato all’idea di un centro polivalente, in cui, oltre a fare i bagni, si poteva passeggiare, svolgere attività ginniche, sportive e ludiche, ascoltare conferenze ecc.
Secondo alcune fonti, potevano essere frequentate in contemporanea da 3.000 persone, ma se si vuole avere un’idea del loro impatto sul tessuto urbanistico di ieri e di oggi, non si può limitare la visita agli ambienti più noti.
Ad esempio, si può partire dalla chiesa di S. Bernardo alle Terme, ricavata alla fine del ‘500 in una delle due sale rotonde che si disponevano alle estremità del lato sudovest. Entrando, s’intuisce subito che, nell’adattare l’edificio a una funzione religiosa, se n’è sostanzialmente rispettato l’impianto.
E l’attenzione viene richiamata dalla sorprendente cupola, conclusa da un oculo, come quella del Pantheon, e composta da 9 ordini di cassettoni ottagonali concentrici, che si restringono man mano che si giunge alla sommità.


E’ bene sapere che, al principio di via del Viminale, si colloca l’altra rotonda, meno conservata ma dal forte impatto visivo. Raggiungerla o meno dipende dalla disponibilità a camminare, mentre non è facoltativo avvicinarsi all’Aula Ottagona: un ambiente già interno al corpo centrale delle terme, che conferma la varietà di soluzioni architettoniche della fase tardo-imperiale.
Di forma quadrata all’esterno, all’interno si configura come un ottagono con quattro grandi nicchie semicircolari agli angoli. In origine era forse un Frigidarium minore, rivolto in particolare alle abluzioni, ma nell’evo contemporaneo gli sono state assegnate le funzioni più disparate. Dal 1928 agli anni ’80 del secolo scorso, vi è stato installato un planetario, ossia un dispositivo atto a proiettare le immagini della volta celeste.


Dal 2022, invece, ospita il Museo dell’Arte Salvata, in cui, prima che facciano ritorno nei siti d’origine, vengono transitoriamente esposte opere disperse, trafugate o esportate illegalmente che lo Stato italiano è riuscito a recuperare. Dunque, parliamo d’un Museo mai uguale a sé stesso, che purtroppo al momento risulta chiuso.
Pazienza, perché arrivando sin qui abbiamo preparato meglio la tappa successiva: la visita della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, nel cuore del complesso termale. Prima di entrare in questo edificio, è utile volgere lo sguardo ai due palazzi di fine ‘800 che connotano Piazza della Repubblica, “incorniciando” l’ingresso di via Nazionale. Essi s’impostano sulla grande esedra sudoccidentale delle terme, riproducendone la forma nell’andamento curvilineo delle facciate. E’ difficile, con l’immaginazione, risalire al tempo in cui qui si svolgevano rappresentazioni teatrali.
Ancor più spiazzante è apprendere che, in origine, la scarna facciata della Basilica non era che una delle due absidi maggiori d’una struttura, il Calidarium delle Terme, di cui poco rimane.


Pur con le inevitabili modifiche, il Tepidarium coincide pienamente con lo splendido vestibolo circolare che ci accoglie una volta entrati in chiesa. Integra è pure la gigantesca aula “basilicale”, che comprende il Frigidarium, coperto da tre monumentali volte a crociera, e due ambienti laterali. Questa è la parte che più rispecchia il progetto dell’artista ultraottantenne cui, nel 1561, fu commissionata la trasformazione di così antiche vestigia in chiesa: Michelangelo.
Il quale, come spiegano efficacemente i pannelli collocati in sagrestia: “Nelle grandi masse in rovina delle Terme (…) vide la forma già ‘pronta’ di un edificio sacro”. Nella sua ottica, “la grande aula basilicale poteva essere letta come una grande tenda, forma di grande valore simbolico e religioso”. Invero, questa intuizione progettuale fu presto tradita. Anzitutto fu realizzato un vasto apparato decorativo, tale da oscurare i valori strutturali che il Buonarroti voleva evidenziare.
In secondo luogo, soprattutto nel ‘700 venne stravolto l’impianto stesso della costruzione.
Ciò conferma il singolare destino di questa personalità creativa, in fondo più celebrata che compresa. Del resto, il suo approccio all’antico anticipava non poco con quello dei più consapevoli architetti contemporanei.


Ma è tempo d’indirizzarsi verso il Museo nazionale romano o museo delle Terme, così da concludere il nostro percorso. Giunti in Via Emanuele De Nicola, appena varcato il primo cancello, dunque a una certa distanza dall’ingresso vero e proprio, sulla destra s’individua un’esedra semicircolare dalla notevoli dimensioni. Di norma, in essa si vede un auditorium, ovvero un luogo adibito a iniziative e attività culturali di vario tipo.
Sullo stesso lato, ma già nel giardino pertinente al Museo, si trova un’altra esedra. Meno conservata in altezza, presenta ancora un pregevole mosaico pavimentale, distinto da rosoni stilizzati inscritti in esagoni. Anche in questo caso si è parlato di un auditorium, ma non sono mancate attribuzioni di segno diverso: sulla base di incassi per sedili, collocati nella parete di fondo, c’è chi ha pensato addirittura a una latrina! Insomma, non è mai facile definire l’effettiva funzione delle strutture più antiche.
Ma se si entra nel Museo si comprenderà molto della civiltà romana. La sua ricca raccolta di iscrizioni pone a contatto col quotidiano di persone dei più vari strati sociali, vissute in un contesto lontano dal nostro.
E gli ambienti termali che vi sono inseriti instaurano un singolare dialogo sia con le collezioni, sia con le strutture che compongono la Certosa della Basilica di Santa Maria degli Angeli.
Tra queste vi è il Chiostro piccolo, realizzato a fine ‘500 su una parte dell’invaso della natatio (piscina scoperta) del complesso dioclezianeo. Qui, attraverso una vetrata possiamo osservare una struttura gigantesca, comprensiva d’una facciata modellata come una scena teatrale. Tra le grandi aule termali che ancora si conservano, non possiamo non citare la X e la XI.
La prima è un enorme ambiente ove si espongono reperti e monumenti funerari di vario tipo, come il celebre Sepolcro dei Platorini, scoperto presso Via della Lungara. Ormai del tutto priva dell’originaria decorazione, la sala affascina proprio per la nuda eloquenza delle sue pareti laterizie.
L’aula XI fu usata anche per contenere l’acqua destinata alla natatio. Per almeno cinque metri di altezza, infatti, le sue pareti furono rivestite di intonaco impermeabile. Invero, il visitatore odierno se ne capacita solo leggendo i pannelli esplicativi, per un po’ lasciandosi sviare dal bel mosaico disposto sul pavimento, che raffigura la vittoria di Ercole sul dio fluviale Acheloo. Una creazione così ben inserita nel contesto che, quando si legge che proviene dalla villa cosiddetta di Nerone ad Anzio, si risulta non poco sorpresi.
In fondo, una buona conoscenza dell’antico può passare anche per processi di questo tipo. Immergendosi in un’atmosfera, si cerca d’interpretare quel che si vede. Poi, il confronto tra la propria lettura immediata e i dati forniti dalla ricerca archeologica conduce a una nuova consapevolezza.


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