di Stefano Macera – Il Parco del Colle Oppio a Roma è un luogo del fascino e della difformità. Di fatto si compone di due giardini, evidentemente legati a sensibilità differenti. Il primo rinvia agli anni 1928-1932 e all’operato di Raffaele De Vico, un architetto specializzato in aree verdi.
L’altro, datato 1935-1936, si deve ad Antonio Muñoz, noto per aver restaurato alcune tra le più importanti chiese romane. In questa seconda parte l’elemento archeologico assume un forte rilievo, già annunciato in prossimità dell’ingresso di via delle Terme di Traiano. Prima di entrare, infatti, sulla destra s’individua una suggestiva costruzione dalla forma semicircolare.
Una volta nel parco, subito si capisce il senso delle critiche che oggi si rivolgono a Muñoz. In particolare, gli viene addebitata l’assenza di collegamenti visivi tra resti che appartengono a un unico complesso: le Terme inaugurate da Traiano nel 109 d.C.
Ma a lui non interessava accostare il visitatore a una lettura unitaria, semmai intendeva impressionarlo con trovate scenografiche. Del resto, ai suoi tempi le vestigia romane contavano anzitutto per la grandiosità. Tuttavia, da premesse decisamente opinabili è scaturito un risultato straordinario. Per dire,
vista dall’interno la già citata struttura semicircolare non si segnala solo per l’arditezza strutturale. In un contesto segnato dal verde, essa irrompe con la forza d’una creazione umana che non vuole soccombere alla natura.


Si tratta dell’Esedra nordorientale, la sola rimasta tra le due che s’aprivano lungo il lato settentrionale del recinto termale. Se ne conserva in parte la semicupola, caratterizzata da cassettoni esagonali rivestiti in stucco. Di analogo impatto sono le cosiddette Esedre del Corpo Centrale, tre ambienti pertinenti all’edificio balneare propriamente detto. Che per la prima volta, collocato in una vasta area aperta cinta da un muro perimetrale, introduceva un impianto replicato in tutte le grandi terme successive.
Ma torniamo alle tre fabbriche. La prima, dal pronunciato carattere monumentale, è larga 30 metri e, in quel che rimane della semicalotta, presenta cassettoni quadrangolari. La seconda, rettangolare, conserva parte dell’originaria pavimentazione a mosaico. In ultimo, vi è un ambiente con il lato orientale rettilineo e quello opposto absidato: gli studiosi lo situano nel settore riscaldato dell’edificio balneare. Insomma, suggestioni estetiche a parte, cominciano a emergere seri elementi di conoscenza.


Per comprendere meglio l’assieme, però, occorre raggiungere l’Esedra Sudoccidentale, anche detta Grande Biblioteca. A distinguerla sono due ordini di nicchie rettangolari e poco profonde, che forse contenevano armadi per libri e documenti. Dunque, si tratta d’una preziosa testimonianza del carattere polivalente delle terme imperiali.


Sebbene vi sia l’ingresso della Domus Aurea, la parte progettata da De Vico allontana il visitatore dal dominio dell’antico. Il progettista vi ha espresso una precisa volontà, quella di ordinare la natura rispettandola.
Tutto si organizza attorno a due grandi assi viari che s’incrociano, mentre nella vegetazione le piante mediterranee sono affiancate da alberi esotici come le palme, immancabili negli spazi verdi dell’epoca. Assai ricco è l’arredo, in cui spicca lo spettacolare ninfeo con parti scolpite in tufo, attualmente in corso di restauro.


In più vi sono numerose fontane dalle svariate forme, dislocate in modo da sfruttare la pendenza del terreno. Purtroppo, esse risultano assai malridotte.
Per esempio, non solo la Fontana delle Anfore è senza getto, ma non vi è stata rimossa neppure una patina di lunga data. Nel suo bacino ottagonale dovrebbero darsi numerosi zampilli d’acqua, la cui assenza contribuisce a rendere la struttura illeggibile.
Pur lontane da uno stato ottimale le due fontanelle limitrofe, dette delle maschere, sono almeno identificabili in quanto tali. La loro denominazione deriva dall’aprirsi, in entrambe, d’una nicchia con maschera neroniana.
Ora, da cosa deriva la situazione sin qui descritta? In diversi spazi transennati leggiamo di lavori condotti, in questo parco, sulla base del Pnrr. Sono indicate sia la spesa (oltre 800.000 euro) sia le date d’inizio e di conclusione dei lavori (giugno 2024 – marzo 2025).
Urgono forse ulteriori stanziamenti? Non siamo in grado di dirlo. Però amareggia constatare l’insufficiente tutela d’un sito a dir poco unico.
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