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Home E-volver

La seducente AI nel microcosmo quotidiano: opportunità o falsificazione di identità?

Una riflessione sulle possibili implicazioni della sostituzione dell'Intelligenza naturale con l'Intelligenza artificiale: rischiamo la falsificazione di abilità e capacità che non possediamo in cambio di approvazione? Senza acquisire competenze che non si hanno

di Marianna Mandato
12 Maggio 2026
in E-volver
Tempo di Lettura: 6 mins read
34 1
A A
Una donna tenta con una mela

Foto di Meli Meraki da Pexels

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di Marianna Mandato –  Un seducente messaggio mentre usiamo certe piattaforme chiede a cadenza fissa: “vuoi far uso di AI”? Rispondiamo sì o no. Infastiditi o tentati.

Ma a chi?

Ascolta “La seducente AI nel microcosmo quotidiano: opportunità o falsificazione di identità?” su Spreaker. 

Le posizioni vacillano tra il tranquillo “è semplicemente un nuovo incredibile strumento che ci aiuta nella vita quotidiana” e il terrificante “è qualcosa di pericolosissimo per la sopravvivenza stessa dell’Umanità”.

 

Ragazzo di fronte ad AI
Foto di Cottonbro Studio da Pexels

Quel qualcosa comunque chiede. Si insinua subdolo.

Noi, intanto, che idea ci siamo fatti di questa fantomatica AI e di cosa il suo uso comporti?

Non è proprio chiaro. Non è chiaro neanche se si sappia veramente cosa sia.

Ragazza con espressione interrogativa
Foto di Pavel Danilyuk da Pexels

Nel mezzo c’è chi sorride e sdrammatizzando esclama che la si sta facendo troppo lunga. Che, semplicemente, si ha sempre paura di ciò che si conosce poco.

Insomma, l’AI sarebbe una nostra utilissima e affascinantissima creatura che potrebbe però distruggerci. Un novello Frankenstein, un Dio Uomo che finisce per avere orrore e terrore della sua stessa creatura.
Un qualcosa che nasce per essere al nostro servizio ma che potrebbe acquisire la consapevolezza della nostra inutilità al suo cospetto.

Così, riunioni pregevoli, tavole rotonde e disquisizioni illustri tra illustri cercano di stabilire (a cose fatte) sui rischi di un uso scorretto dell’Intelligenza Artificiale.

Qual è l’uso corretto?

Soprattutto, l’AI è davvero uno strumento?

Corretto, participio passato di correggere, è una parola di origine latina che altro non significa che “dirigere insieme”, secondo le regole condivise, facendo in modo che tutti sappiano l’errore dov’è.
errore matematico
Foto di George Becker da Pexels. 

Cosa dobbiamo fare per usare correttamente un’intelligenza che non è la nostra ma con la nostra intelligenza?

Strumento invece, come dice ancora la parola, è quel qualcosa che dovrebbe aiutarci a creare una struttura o istruirci sul modo utile per costruire o conseguire un risultato.

E fin qui potremmo considerare strumento l’AI.

Se non fosse che lo strumento è qualcosa che resta fuori di noi.

Magari ci fornisce istruzioni. Magari è un oggetto fisico che ci permette di realizzare qualcos’altro.

Ma l’AI, non fa soltanto questo.

L’AI si sostituisce a noi. Alle nostre abilità. Alle nostre competenze. Ai nostri talenti. All’uso altrettanto corretto del cervello umano.

Ci fornisce già il risultato corretto. Ci trova esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. Con uno sforzo quasi nullo da parte nostra.

Noi saremo semplicemente quelli che diranno (falsa-mente) “l’ho fatto io”, “mi ha solo stimolato con nuovi orizzonti”. Aggiungendo puntualmente, “perché se non fosse stato per le mie istruzioni e le mie scelte, l’AI non l’avrebbe potuto fare niente di simile da sola”.

Trattiamo l’AI come fosse un prolungamento della nostra intelligenza.

Ma non lo è.

Ragazzo con molti capelli
Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Non è altro che un imbroglio. O, come esprimerebbe meglio un’antica parola greca ormai di uso quotidiano, ipocrisia.

Ossia la falsificazione di abilità, virtù, intenzioni o capacità personali che in realtà non si posseggono ma di cui si fa sfoggio in cambio di approvazione e/o successo.

Ed ecco Case Editrici o testate giornalistiche invase da testi scritti e revisionati da AI sulla base di poche indicazioni fornite da noi. Magari seguendo lo stile di questo o quel Premio Nobel o scrittore che ha già venduto milioni di copie.

Miliardi di post sui social aggiustati o scritti con AI. Niente più strafalcioni grammaticali se non quelli fotografati sui muri, ormai rara testimonianza del reale livello di alfabetizzazione dei vari paesi.

Dipinti nati dalla mescita di stili buttati nel calderone alchemico di AI e poi copiati. Un Picasso mescolato a un Matisse, in stile surrealista o impressionista, perché no.

Dipinti con AI
Foto di Sean P. Twomey da Pexels

Abilissimi fotografi che donano finalmente alla natura nuove prospettive.

Valanghe di psicologi in grado di avere sempre la risposta corretta, arrivata direttamente dalla mente di Jung, Freud o magari Adler per riscattarsi da quel logorante complesso di inferiorità.

Milioni e milioni di tesi e tesine compilate da abilissimi studenti sempre più all’avanguardia.

E nuotiamo in società straripanti di soggetti talentuosi.

O naufraghiamo?

Tra like (a chi li diamo realmente?) e ricercate approvazioni allora, riproponiamo la domanda iniziale. Mentre lavoriamo sulle nostre piattaforme o “giochiamo” sui nostri social preferiti, compare una richiesta: “vuoi far uso di AI?”.

A questo punto, non siamo certi che questa domanda all’apparenza tanto innocua sia fatta ad esseri veramente consapevoli di quel che implica o significa.

Accettando la proposta, accettiamo immediatamente di “supportare” il nostro cervello con un qualcosa che viene definito artificiale, al di fuori di noi ma in grado di prendere il nostro posto per soddisfare le nostre esigenze.

E già questo, evidentemente viene ritenuto corretto.

Stiamo ammettendo che preferiamo non avere limiti di alcun genere sull’espressione corretta di noi stessi e di quanto vogliamo comunicare in un dato contesto. Nonostante da soli, probabilmente, dei limiti, anche fossero semplicemente espositivi o stilistici, ce li avremmo.

Vogliamo apparire abili e preparati. Competenti. Vogliamo eliminare l’errore, essere i migliori. Vogliamo plauso e applausi.

Vogliamo eliminare la fatica e il tempo dedicato all’acquisizione reale di competenze nostre.

L’AI soddisferà ogni nostra necessità. Ci possiamo fidare.

Eppure qualsiasi genitore converrà sul fatto tanto semplice quanto ovvio che fare i compiti al posto del proprio figlio, non favorisce alcun tipo di apprendimento o evoluzione da parte del figlio.

Papà fa i compiti col figlio
Foto di Saulo Leite da Pexels

Per quale ragione l’accettazione di una sostituzione da parte dell’AI può essere ritenuta plausibile?

E se quei limiti, invece, avessero un senso? Se definissero in qualche maniera chi siamo e come siamo? Permettessero di costruire e definire il nostro carattere, le nostre attitudini, il nostro talento, le nostre specifiche capacità?

Sono proprio i limiti e le non conoscenze a renderci unici.

Superarli in modo artificiale, senza esperienza e senza vissuto personale (nascita, infanzia, crescita, contesti, esperienza, gioie, dolori, perdite, amori, studi, e tutto ciò che fa di noi quello che siamo) equivale all’accettazione volontaria della nostra spersonalizzazione reale in cambio di un’apparenza vincente ma artificiale.

Diventiamo persone artificiali, in parte costretti a confrontarci con le nostre esperienze reali, giacché ancora non viviamo del tutto in risacche di realtà virtuali, in parte costruiti con l’aiuto di qualcosa che non solo è privo di vita vissuta (pur essendo la somma di tutte le vite vissute da altri) ma altresì di coscienza, di morale, di emozioni (pur essendo la somma di tutte le conoscenze acquisite fino ad ora dall’Umanità).

La vita di un Van Gogh, non è quella di un Picasso. Non è quella di LeBron James e tantomeno quella di Albert Camus o papa Woytila. Madre Teresa di Calcutta scelse da sola cosa fare con i poveri e Michael Jackson non chiese ad AI di mostrargli il moonwalk.

Un uso costante di AI nel quotidiano ci aliena dal nostro vissuto e falsifica la nostra identità.

La competenza, le capacità, i talenti reali e quelli artificiali diventano indistinguibili.

Finché, sì, finché ogni cosa non andrà fatta, detta, giustificata, elaborata, dimostrata, creata in presenza.

Ma è bene si sappia che mentre riflettiamo, qualcuno si prepara ad elevatissime quotazioni in Borsa di quei programmi che AI l’hanno distribuita.

tuffo nel cervello
Foto di Nadezhda Moryak da Pexels

 

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Marianna Mandato

Marianna Mandato

Filosofa, dottore di ricerca pedagogica e scrittrice. Mi affascinano il linguaggio e la percezione del reale che passa per i sensi. Amo la bellezza che si trasforma in arte, in ogni suo più piccolo modo di esprimersi. In ogni ambito. In ogni circostanza. Amo scrivere. Nelle parole che usiamo c’è la realtà che viviamo. Ma è come le usiamo che le dà forma mentre ne informa. La scrittura è un fluido magico che si esprime attraversando il mondo, in ogni luogo. Partendo da noi stessi. Io B-Hop perché è espressione del bello che esiste ovunque ma spesso non si nota. Che attraverso la scrittura si mostra, e può volare lontano…

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