di Kenji Albani – Dalla fucina di talenti della casa editrice Delos Digital (o Delos Books), da altri definita la scuderia di Franco Forte, arrivano sempre ottime penne che colpiscono e impressionano il mercato italiano con fulmini che abbagliano e innamorano. Autori che hanno pubblicato bestseller venduti poi all’estero, che hanno vinto premi letterari… Così è Oriana Ramunno, scrittrice nata nel 1980 a Rionero in Vulture, in Basilicata, ma residente a Bologna.
Ecco la sua intervista esclusiva a B-Hop magazine.
Parlami di te e del tuo best seller: “Il bambino che disegnava le ombre”.
Da dove inizio? Dal mio nome, quello che mi hanno regalato i miei genitori. Quando mia madre era incinta, mio padre stava leggendo “Un uomo” di Oriana Fallaci. Quando sono cresciuta, l’ho letto anch’io e rimane tra i miei libri preferiti, e sicuramente avere il nome di una grande scrittrice e giornalista mi ha fatto avvicinare alla lettura. Ho anche una zia che, quando ero alle elementari, lavorava nella Biblioteca comunale del mio paesino. Io passavo i pomeriggi con lei, in mezzo ai libri. Il primissimo libro che mi diede fu il “GGG” di Roald Dahl. Me lo ricordo ancora come un bellissimo sogno.
Insomma, scrivo e leggo da quando ne ho memoria, ma ho iniziato a impegnarmi sul serio da pochi anni. Dopo aver vinto vari concorsi e aver pubblicato per Il Giallo Mondadori, sono finalmente approdata alle librerie con “Il bambino che disegnava le ombre” (Rizzoli, 2021), un libro che nasce dalla testimonianza di mio zio Angelo, pur non parlando direttamente della sua storia.


Mio zio fu catturato a Durazzo e portato a Norimberga. Già solo il viaggio, che mi descrisse con dovizia di dettagli, avrebbe ucciso chiunque. Lui sopravvisse. Dal campo di lavoro fu poi spostato in un campo “di morte” per aver deriso pubblicamente Hitler. E anche in quel luogo dimenticato da Dio sopravvisse. Il suo è stato un racconto toccante, che mi ha fatto capire che non era tutto solo nei film e nei libri, ma che avevamo dei testimoni di quegli orrori proprio di fianco a noi.
Adesso l’era del testimone sta passando e questo rende ancora più necessaria la Memoria, perché l’uomo ha la tendenza ad averla corta. Molto corta.
Dall’esigenza di raccontare quegli orrori nasce il mio thriller. Non è un caso che io abbia scelto questo genere: la mia sfida è raccontare un omicidio in un luogo pieno di assassini.
Attualmente il romanzo è uscito in Inghilterra, Canada, Australia e Stati Uniti. A febbraio è uscito in Norvegia, ed è in corso di traduzione in altri sette paesi. Posso dire che
la bambina che sognava di diventare scrittrice nella biblioteca di paese è davvero molto felice.
Che ne diresti di focalizzarci sulla tua gavetta? Quanto hai faticato per arrivare a questi risultati? Cosa consiglieresti a chi vuole iniziare a scrivere e sogna di arrivare al tuo livello?
Scrivere è insieme fatica e divertimento.
Bisogna divertirsi a scrivere, sennò che senso ha farlo? È innegabile, però, che richieda anche fatica, studio e impegno. E pazienza, tanta, perché quello autoriale è un percorso lungo. Io ho iniziato a formarmi con la palestra letteraria della Writers Magazine Italia, mi sono messa in gioco prima con dei racconti brevi e poi partecipando a concorsi selezionati e seri. Ci ho messo dieci anni per avere il primo, grande risultato, che è stato l’approdo a uno dei più ambiti agenti letterari italiani, la Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency e alla grande editoria. Il mio consiglio è prima di tutto di prendere coscienza dei propri limiti e lavorare su quelli, studiando e mettendosi in gioco per migliorare.
Poi leggere tanto, ma non solo per imparare a scrivere: per capire come funziona il mercato letterario e per cogliere, se ci sono, correnti letterarie in formazione. Fu la prima cosa che Gertrude Stein disse a Hemingway al suo arrivo a Parigi: “Leggi, studia, comprendi le nuove correnti letterarie e poi trova te stesso”.
L’ultimo consiglio è proprio questo.
Una volta studiate le regole, trovate la vostra voce. Unica e riconoscibile.
Come vivi la scrittura? Quali sono i tuoi sogni, quali i tuoi progetti, quali le tue ambizioni?
La scrittura è quella cosa in cui mi sento totalmente a mio agio; mi diverte. Mi fa stare bene. Sogni e ambizioni? Solo poter continuare a raccontare storie. Ne ho talmente tante, pronte a prendere vita…
Ti andrebbe di fornirmi qualche spunto, qualche idea, qualche indizio su quello che vorresti scrivere in futuro?
Mi piacerebbe continuare a raccontare la grande Storia attraverso la lente dei singoli individui, con le loro luci e ombre, con i loro limiti ma anche con gli inaspettati atti di coraggio. E focalizzarmi su figure femminili che hanno dovuto lottare per il proprio posto in questa Storia.
Ti piacerebbe seguire le orme di Ilaria Tuti (mi hai fatto venire in mente “Fiore di roccia” e “Come vento cucito alla terra”) oppure proporre qualcosa di nuovo, originale, con il rischio di non piacere? Qual è il tuo margine di rischio? Hai molta esperienza e sai molto bene cosa desidera leggere il pubblico (per non dire il mercato) quindi immagino saprai ponderare bene le tue scelte.
Ecco, tra i miei sogni e ambizioni ci sarebbe proprio non dovermi preoccupare di cose come queste. Non mi interessa piacere a tutti e non mi piace programmare asetticamente la scrittura. Avere una storia da raccontare, una bella storia con dei bei personaggi, scritta bene, questo è quello che conta. Che poi a conti fatti è quello che vogliono anche i lettori: leggere belle storie, emozionarsi, vivere altre vite. A proposito, il libro che più ho apprezzato di Ilaria è proprio “Come vento cucito alla terra”.


Quindi rifuggi l’idea di scrivere quel che va di moda e preferisci scrivere quel che ti piace. Domanda provocatoria: ma se un editore ti imponesse di scrivere un argomento che non ami ma che promette ottimi guadagni?
Se fosse un’imposizione, cosa che per fortuna raramente accade in editoria, cercherei di studiare e scrivere al meglio delle mie capacità. Magari scopro pure che con un certo genere mi diverto.
Prometteresti lacrime e sangue a un aspirante autore in cambio di buoni risultati?
I buoni risultati si ottengono sempre con un po’ di sacrificio e lavoro, però lacrime e sangue no: la scrittura deve essere innanzitutto un qualcosa che fa stare bene.
E questo aspirante autore lo aiuteresti con costanza e decisione (a patto che ti faccia capire che è motivato e tenace) a farne un lavoro retribuito?
Certo, mi capita già di aiutare (nel mio piccolo) chi ritengo avere talento.
Se tu incontrassi di nuovo la te stessa agli esordi, cosa le diresti?
Le darei due, tre dritte sull’editoria, giusto per realizzare prima un sogno.
Ti piacerebbe essere così autorevole oggi da essere ricordata fra un secolo o anche più, cioè ti piacerebbe guadagnare l’immortalità come, ad esempio, che ti siano intitolati vie e edifici pubblici e perché no, pure degli asteroidi come è capitato a Umberto Eco e Roberto Saviano (ma in vita)?
Non ambisco a tanto. Lasciamo Umberto Eco dov’è, lui se lo merita per davvero.
Cosa scegli fra letteratura mainstream e letteratura di genere? Risposta scontata, basta vedere la tua bibliografia. Ma perché questa scelta? Se il tuo guru fosse stato Alessandro Baricco e non Franco Forte avresti pubblicato “Il bambino che disegnava le ombre”.
A me piace la letteratura. Tutta. Perché darsi dei limiti? Quella di genere, poi, mi piace perché permette di sondare determinati argomenti con una forza tutta sua. La fantascienza, per esempio, ci mette di fronte al futuro, e tutti gli uomini provano sentimenti contrastanti per il futuro: entusiasmo e paura. Il giallo permette di sondare le parti più oscure dell’animo umano. E via dicendo. Trovo che chi svilisce la letteratura di genere in realtà capisca ben poco di letteratura.





















