di Francesca Filomena De Simone – “Uno dei ricordi più vividi che ho sono le sirene che suonano e mia madre che corre per nasconderci nelle grotte vicino casa. Ricordo che mio padre portava i treni della Vesuviana e quando tornava a casa era così stanco che anche quando suonava la sirena mia madre provava a svegliarlo, ma lui non si alzava. Continuava a dormire anche sotto le bombe. Lui sì che dormiva veramente come un sasso”. A raccontare i giorni duri durante la seconda guerra mondiale è Angela Terracciano, classe ’43, madre di cinque figli e nonna di otto nipoti, nata a Vico Equense, un piccolo paesino della penisola sorrentina in provincia di Napoli.


“L’anima si vede dagli occhi”, si dice nel parlare comune. Gli occhi sono i guardiani del nostro tesoro, le nostre vite passano attraverso di essi, si conservano e si nascondono dietro le nostre pupille. Quando si diventa anziani l’iride, dal greco arcobaleno, comincia a produrre quantità inferiori di melanina, affievolendo lentamente la brillantezza dei colori, ma mai quella dello sguardo.
Gli occhi di nonna Angela a 80 anni sono diventati grigi, eppure il suo sguardo è vispo, tenero e rassicurante, ma anche vissuto, stanco e magico, di quelle magie che hanno solo le cose di cui sai che non potrai conoscere mai fino in fondo la provenienza.
“A Vico non c’era niente, era tutto terra – racconta a B-Hop magazine -. E mica c’avevamo tutte ste cose che avete voi. Il mio primo paio di zucculilli (gli zoccoli in napoletano) me li regalò mio fratello Antonio, che è morto in guerra. Era nu bell uaglion avt avt (era un bel ragazzo alto alto)”.
Angela parla un mix di lingue fra il dialetto napoletano, l’italiano e l’inglese. A scuola non ci è quasi mai andata, ma non ha mai perso la curiosità e la voglia di imparare. Appena sposata, a 20 anni, è fuggita a Londra con il marito Francesco: hanno impiegato sette giorni per arrivarci. La loro luna di miele fu andare a dormire in un albergo a Napoli, vicino l’attuale stazione Garibaldi. Ogni volta che ci passa davanti lo ricorda sempre con una certa tenerezza, come se per lei fosse stata un’inestimabile conquista.


“Ricordo che a Londra all’inizio abitavamo in una casa molto piccola. Mio marito Francesco aveva preso un lavoro al Savoy Hotel come maitre, era l’albergo della regina, un posto molto importante, ci andavano solo i ricchi; era bravo lui, ci sapeva fare”.


Angela lo racconta con la fierezza e la malinconia di una moglie rimasta vedova a 50 anni, che non ha mai smesso di amare. È uno sguardo emozionante che attraversa le membra e tocca il cuore. Sa di vita vissuta, in parte spezzata troppo presto. Dalle sue parole è evidente che il motivo per imbarcarsi verso l’avventura londinese non era solo la disperazione di non avere nulla, ma anche e soprattutto il profondo legame che la tratteneva al marito Francesco. Quella cieca fiducia e leggera spensieratezza che contraddistingue solo i complici.
“Io, non parlavo una parola di inglese – prosegue -. Ricordo che prima di essere assunta anch’io al Savoy hotel come cameriera ai piani restavo lunghe giornate sola a casa. Un giorno citofonò a casa un signore di origine africana, io non avevo mai visto nessuno così. Ricordo che ebbi molta paura. Mi affacciai al balcone quasi come se volessi buttarmi di sotto, poi mi tranquillizzai. Mica lo sapevo che le persone potessero avere carnagioni differenti”.


La diversità fa oggi parte della nostra normalità ed è una delle fonti di maggiori ricchezze relazionali. Possiamo immaginare quanto potesse essere destabilizzante allora: non aver mai visto nulla ed all’improvviso accorgersi di tutto.
Forse è questo continuo esercizio di adattamento ad aver dato a nonna Angela la capacità di adeguarsi all’uso del cellulare per tenersi in contatto con figli e nipoti e nel frattempo cercare ricette di cucina su Facebook.
Le piace parlare di Londra. “Quando riuscimmo a mettere qualcosa da parte comprammo una casa ad Hendon ed aprimmo un ristorante, il Bar Roma. Io e mio marito cucinavamo, lui faceva delle creme caramel squisite. Nel frattempo nacquero le mie prime figlie e io le portavo con me a lavoro. Ricordo che dopo la scuola si mettevano sedute sui sacchi di farina nel ripostiglio ed ogni tanto io portavo loro delle patatine fritte”.
Nonna Angela ha cresciuto cinque figli lavorando duro tutti i giorni, prima al ristorante e poi, una volta tornati in Italia, al bar del paese.
Ognuno faceva la sua parte: una sinergia unica caratterizzava la sua famiglia, tanti corpi uniti in uno come in una danza.


“C’era molta solidarietà fra quelli del quartiere. Poi ad un certo punto mi sono resa conto che non potevo andare avanti senza una macchina con le bimbe piccole, quindi mi sono iscritta alla scuola guida – ricorda -. Ho preso la patente al secondo tentativo.
Francesco per festeggiare pagò un’inserzione sul giornale locale: c’era scritto nuovo pericolo in strada con accanto il mio nome”.
“Mio marito non aveva la patente ero solo io a guidare – precisa -. Dopo poco fu quasi costretto a prenderla anche lui. Non si vedevano spesso in giro donne che guidavano senza che i mariti sapessero farlo”.


Pionieristica ed inarrestabile, una donna degli anni ‘60 partita dal bel mezzo del nulla. La sua è stata una grande conquista, prima personale e poi femminista.
Per quanto silenziosamente e forse inconsciamente, anche Angela ha contribuito ad urlare al mondo che essere donna non comportava essere limitate.
L’Inghilterra era il paese della sua libertà: “Quando decidemmo di tornare in Italia io piangevo, non volevo andare via da Londra”. Il ritorno in Italia negli anni ‘80 li portò a confrontarsi con una realtà decisamente più arretrata rispetto a quella che avevano sempre vissuto, ma cercarono di conservare questo spirito progressista e lo misero in tutte le cose che fecero. Anche solo nella scelta dei vini per il bar preso in gestione.
“Da quando i miei figli sono andati via di casa, ho imparato ad usare prima Skype, poi mi hanno regalato il telefono per videochiamarmi e adesso ho anche Facebook, dove mi diverto a vedere i video di cucina. Il telefono mi ha aiutato a vedere i miei nipoti e non essere sola”.


È una storia di pellegrinaggi, resilienza, ritorni e scoperte. Lo si legge nei suoi occhi, sapienti ed abissali, perché solo una tale profondità può contenere i chilometri di vita che le sue membra hanno percorso. Chissà quale meraviglia deve essere sentire di aver camminato nel tempo e nello spazio che hanno portato fino a qui. (articolo di Francesca Filomena De Simone)





















