di Massimo Lavena – Papa Francesco è morto. La notizia è partita stamane dalle fonti comunicative vaticane e in pochi minuti si è propagata in tutto il mondo. Con sgomento e stupore perché la mattina di Pasqua ha voluto salutare i pellegrini presenti in Piazza San Pietro con un ultimo giro sulla papamobile, tra la commozione e la gioia mista alle lacrime di chi non si aspettava quel regalo d’amore: ignari che sarebbe stato l’ultimo gesto di accoglienza totale di Jorge Mario Bergoglio, il Papa venuto dall’altra parte del mondo, il vescovo di Roma gesuita che ha scelto di chiamarsi come il poverello d’Assisi. Il mondo guarda al Vaticano e alla sua Argentina con tristezza.
Per chi è credente, Dio ha chiamato a casa il servo, successore di Pietro che, durante il suo pontificato, ha dato una impronta di innovazione, di apertura, di ascolto, di umiltà alla Chiesa cattolica in molti modi, senza dimenticare i cardini della fede apostolica, anche apparendo a volte duro e intransigente.
I cardinali lo elessero successore di papa Benedetto XVI il 13 marzo 2013: sapendo benissimo chi egli fosse, la sua forza, intaccata da una salute difficile sin da ragazzo, la sua totale dedizione agli ultimi, ai perseguitati: come quando, durante il terrore della Junta Militar del generale Videla in Argentina, girava con la sua 125 per raccogliere giovani perseguitati e intellettuali condannati a morte, portandoli verso il Rio de la Plata per consegnarli ai suoi confratelli gesuiti uruguayani.
Papa Francesco ha voluto trarre forza per il suo ministero soprattutto dalla preghiera reciproca. Subito dopo la sua elezione, lo riassunse con queste parole ai fedeli in Piazza San Pietro: “Adesso vorrei dare la benedizione, ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo di pregare il Signore perché benedica me“. Bergoglio vedeva nella costante fiducia reciproca nella preghiera, e non nella forza della propria personalità, la forza motrice del suo ministero.
Non ha mai distolto lo sguardo dalla sofferenza della povertà e dalla disperazione della gente, Francesco si è schierato al fianco di coloro che hanno più bisogno della Parola di Dio e dell’amore della Chiesa. In questo contesto, egli parlava di “Chiesa malconcia”, che poteva compiere la sua missione solo scendendo in piazza, verso i senzatetto, gli affamati e i prigionieri.
Come Papa e prima come arcivescovo di Buenos Aires, Francesco ha vissuto questa chiamata e si è sempre mosso con coraggio quando si è trattato di lavorare per le persone ai margini della società. Come le telefonate al parroco cattolico di Gaza, o l’incontro con le vittime di abusi sessuali in tutti i suoi viaggi apostolici: l’impegno di Papa Francesco nella lotta agli abusi sessuali nella Chiesa ha dato delle risposte fondamentali a chi ha sempre accusato – anche giustamente – la Chiesa di omertà e passività davanti a questo immondo scandalo.


Davanti ai potenti della Terra non ha mai recalcitrato dalle sue posizioni di difesa degli ultimi: l’appello di Francesco al Parlamento europeo a Strasburgo su come affrontare le sfide della migrazione rimane un grido di dolore e condanna davanti alla passività della ricchezza rispetto alle richieste d’aiuto dei poveri, degli afflitti:
“Non possiamo accettare che il Mediterraneo diventi un immenso cimitero! Sulle barche che ogni giorno approdano sulle coste europee ci sono uomini e donne che hanno bisogno di riparo e aiuto”.
Le visite a Lampedusa e Lesbo hanno portato la crisi dei rifugiati all’attenzione del mondo. Le parole chiare e incontrovertibili sono state un tratto distintivo della sua visibilità politica e sociale, anche quando, spesso tradito dalla voglia di improvvisare e dai “falsos amigos” non veniva immediatamente compreso.
Per Francesco, quell’anima dell’Europa che comprende creatività, spirito d’inventiva e la capacità di ricostruirsi e ripartire per superare i propri confini, non può non abbattere i muri anziché costruirli, secondo il sogno dei Padri fondatori dell’Europa unita, nata dalle ceneri della tragedia della II Guerra Mondiale.
Papa Francesco ha voluto affrontare le urgenti questioni del presente, mantenendo sempre apertura alle grida del mondo: come quando, il Giovedì Santo del 2013, lavò i piedi ai detenuti del carcere minorile di Roma, col quale rese vivo il simbolo liturgico e, allo stesso tempo, mostrò solidarietà con coloro che sono per lo più emarginati e ai margini della società.
O nella recente visita al carcere di Regina Coeli, Giovedì Santo, nel quale ha voluto ancora una volta incontrare i suoi fratelli carcerati. Per questo Francesco ha invitato i pastori della Chiesa a seguire il suo esempio: “Questo vi chiedo: siate pastori con l’odore delle pecore, perché si senta l’odore, pastori in mezzo al loro gregge e pescatori di uomini”.
Piangiamo Francesco, il Papa con l’odore delle sue pecore e beviamo un mate in suo onore.
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