di Massimo Lavena – Gigi Riva è morto. C’è una città in lacrime, Cagliari. C’è un’Isola affranta, la Sardegna. C’è una nazione riconoscente, l’Italia. C’è lo sport mondiale che è senza parole. Gigi Riva è morto, nel silenzio della sua casa, un malore se lo è portato via: i medici dell’ospedale Brotzu di Cagliari hanno cercato di fare l’impossibile. Ma la Dama Nera che raccoglie gli Eroi sui campi della Gloria ha deciso che fosse l’ora, anche per lui, di varcare le porte del Paradiso. Facendo vibrare il cielo ancora, un’ultima volta, come un Rombo di Tuono.
Di quella squadra rossoblù che vinse lo scudetto del 1970, sdoganando nel mondo un’Isola che era sconosciuta ai più, e al massimo era fonte di notizie per il banditismo e le dorate spiagge della Costa Smeralda, lo accoglieranno compagni che lo scortavano come dioscuri di un Dio solare, guerrieri dai nomi lontani come Martiradonna, Claudio Olinto de Carvalho detto Nené, Bobo Gori. Correvano con e per Riva. E il ringraziamento era una palla scaraventata, con artistico furore, nelle reti degli avversari.


Giunto giovane dalla lontana Leggiuno nel varesotto, Riva trovò una terra dura e povera, che lo accettò così com’era: silenzioso, taciturno, fintamente scorbutico, duro, ma con uno splendido sorriso scolpito nel granito. E Riva si fece sedurre da quella terra perché era come lei. Non solo Cagliari e il Cagliari gli debbono dire grazie, ma tutta la Sardegna che si è vista trasportare nelle pagine di tutti i giornali del mondo, perché con quel suo sinistro omerico Gigi Riva abbatteva le mura di Troia di tutte le porte avversarie.
Quel sinistro che colorava di rosso e di blu ogni pallone che sfiorava, era diventato un emblema catartico per un popolo che veniva offeso per le pecore dei suoi pascoli: un popolo che subiva l’offesa del banditismo, e che veniva apostrofato al grido di “banditi banditi”, portava avanti i 4 mori dello stemma come simbolo di libertà, zittendo platee bercianti d’odio con la potenza terrificante del suo sinistro, quel Rombo di Tuono che lui impersonificava.
Le gambe offerte alla nazionale in due occasioni, nel 1967 contro il Portogallo e nel 1970 contro l’Austria, privarono il Cagliari di qualche scudetto in più rispetto a quell’unico leggendario del 1970.
Nella sua vita non ha mai espresso rammarico per ciò che gli successe, la sua umiltà e la sua bontà gli facevano apprezzare un goal in nazionale come una mattinata su una barca dei suoi amici pescatori del porto di Cagliari.
O come le giornate passate ad accudire l’amico e compagno di vittorie Nené, malato e solo, che con Gigi Riva sorrideva e tornava a vivere.


Scende ora il silenzio, saranno giorni tristi e bui, di dolore feroce per un popolo intero. La Sardegna ha decretato il lutto, tutta la Sardegna si unirà in preghiera, Cagliari si sente sperduta e si prepara a una cerimonia funebre che vedrà presenti centinaia di migliaia di donne e uomini di ogni categoria, che si chiuderanno nel loro silenzioso dolore. E anche lo scrivente ha finito le parole. Ora è tempo per le lacrime.
Addio Gigi Riva. E grazie.





















