di Mariele Scifo – “Il valore della testimonianza” è la mostra in corso a Roma fino al 17 marzo, presso il Centro XL di Libera – Associazione contro le Mafie, per ricordare e raccontare il fotoreporter Andrea (Andy) Rocchelli, morto nel maggio del 2014 ad Andreyevka, in Ucraina orientale, insieme al collega Andrej Mironov (interprete e attivista dei diritti umani) mentre documentavano le condizioni dei civili coinvolti nel conflitto in Donbass.
Rocchelli ha lavorato come giornalista freelance raccontando l’Europa dell’Est, la primavera araba in Libia e Tunisia, le violazioni dei diritti umani in Kirghizistan e Inguscezia. In Italia si è occupato del rapporto tra migranti e criminalità organizzata. Europa orientale e Russia sono state per lui le aree di maggiore interesse.
La mostra presenta 24 scatti, selezionati dai reportage realizzati in Afghanistan, Caucaso e in Ucraina, comprese le ultime foto scattate da Rocchelli mentre si trovava sotto tiro, poco prima di essere ucciso. Un video-documentario di circa 20 minuti racconta la sua vita e il suo lavoro.


La mostra è coprodotta dal collettivo fotografico Cesura, di cui Rocchelli era fondatore, in collaborazione con l’associazione Amici di Roberto Morrione (che si occupa di promuovere iniziative ed eventi legati al tema dell’informazione, del giornalismo d’inchiesta, del reportage e dei new media), l’Ordine Nazionale dei Giornalisti e specialmente con i genitori di Andrea: Rino Rocchelli ed Elisa Signori.
Quello che emerge dagli scatti di Rocchelli, è la capacità di avvicinarsi con grande rispetto e sensibilità alla realtà che documentava, alle storie e alle persone che aveva di fronte.
“Quando si fanno i corsi di formazione dell’Ordine (dei giornalisti), viene sempre ricordato che il giornalista deve prendere un po’ le distanze dai fatti, deve cercare di raccontare le cose per come sono.
Andrea, invece, era un operatore dell’informazione che non prendeva le distanze, al contrario entrava nei fatti, cercava di capire e si emozionava rispetto le storie che raccontava.”
(Lorenzo Frigerio – Libera Informazione)
Dalle foto di Andrea emergono occhi, volti, storie di civili e di sopravvissuti, sguardi che interrogano e che raccontano. La fotografia diventa strumento necessario e fondamentale per il lavoro giornalistico, strumento di testimonianza e di esercizio della memoria.


Andy ha saputo raccontare il dramma della guerra e dei conflitti, mostrandone gli effetti sui civili, sulle persone comuni, sui bambini, su coloro che non l’hanno scelta, nè voluta, eppure si trovano a doverla subire e affrontare.
Elisa Signori, la madre di Andy, spiega:
L’oggetto ritratto è sentito con profonda empatia. E’ la guerra vista dall’impatto che ha sulla quotidianità, la guerra che scardina ogni normalità di vita, che inocula paura e orrore.
E soprattutto gli ultimi scatti, quelli più drammatici, dimostrano in maniera inequivocabile come per nostro figlio la fotografia non fosse soltanto una scelta professionale, ma una scelta di vita.”


Il padre di Andrea, Rino Rocchelli, ha raccontato che le ultime foto scattate da Andy mentre era sotto attacco, provengono da una scheda di memoria ritrovata dai colleghi del collettivo Cesura, nella tasca interna della custodia della sua macchina fotografica.
Ebbene, grazie a questi ultimi scatti è stato possibile ricostruire i fatti, capire la durata dell’attacco (40 minuti), le caratteristiche del luogo in cui Rocchelli e i colleghi si trovavano, il loro abbigliamento non militare.
Le foto sono state studiate dagli inquirenti come prove, le autorità italiane hanno stabilito che il tiro mirato che ha ucciso Rocchelli e il collega Mironov, non fosse accidentale; la magistratura ha attribuito la responsabilità del duplice omicidio alle forze armate ucraine.
La verità si conosce, è alla luce del sole, purtroppo la giustizia non ha fatto (ancora) il suo corso.
La mostra, già esposta a Torino lo scorso ottobre 2024 in occasione delle Giornate del Premio Roberto Morrione e a dicembre presso la sede del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, è visitabile gratuitamente fino al 17 marzo, al Centro XL di Libera, a Roma.
“Siamo emozionati quando vediamo che queste foto girano – ha aggiunto Elisa Signori – perchè insieme al messaggio che trasmettono, ci sembra che possano diffondere anche quell’aspettativa di giustizia che non vale solo per noi, ma per tutti coloro che vengono uccisi ingiustamente mentre svolgono il loro lavoro in giro per il mondo”.
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