In vista delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, è stata sollevata una proposta che vorrebbe ragazzi disabili in classe differenziate. Proposta che ha sollevato polemiche e forti dissensi.
B-Hop Magazine ha ricevuto questa lettera aperta da un’esperta insegnante di sostegno, che pubblichiamo con piacere per contribuire ad un dibattito costruttivo ed inclusivo.
“Non è facile parlare di Alunni Diversamente Abili o, come più comunemente fuori dal linguaggio specifico della scuola vengono definiti, Disabili. Per favore non Handicappati, questo termine è da considerarsi non solo obsoleto, ma sbagliato e riduttivo, perché identifica una persona esclusivamente con il suo problema, con quello che manca, con il suo Handicap.
Dicevo non è facile perché le domande sono condivisibili: stare in classe e in aula è giusto, è sbagliato, è utile o è soltanto demagogia, una diversa forma di pietismo?
Ho lavorato per 40 anni nella scuola, scuola media, e di questi 39 come docente di sostegno;
queste domande le ho ascoltate proferite da Dirigenti Scolastici, colleghi di classe, dai compagni, dai genitori dei ragazzi e delle ragazze “normodotati” e dagli stessi genitori parlando dei loro figli con disabilità, soprattutto quando questa era di una certa gravità.
La mia risposta dopo questa lunga esperienza è si, ha senso e ne vale la pena per tutti gli attori coinvolti e per tutta la comunità scolastica,
dai Dirigenti Scolastici, ai compagni e soprattutto per i ragazzi “disabili”. Se andando indietro nel tempo, penso a Giovanni, Paolo, Simona (nomi di fantasia ben inteso) e penso al loro percorso nella scuola, percorsi anche faticosi senza dubbio, non posso neanche per un attimo pensarli non inseriti in una classe, insieme a compagne e compagni che a volte in modo positivo e costruttivo, a volte in modo più conflittuale hanno comunque sempre interagito con loro.
La diversità, l’eterogeneità sono valori importanti e fondanti per l’educazione dei ragazzi e delle ragazze, perché il mondo è eterogeneo, perché nessuno è uguale ad un’altra persona.
Certo è necessario parlare con la classe, fare esperienze e percorsi che guidino e diano senso all’inclusione e integrazione di tutti i componenti il gruppo classe, capire che ognuno ha dei bisogni particolari, ha un modo diverso di esprimersi e di vedere al di fuori e dentro di sé.


Ricordo, utilizzavo spesso una vignetta per dare senso a questi concetti. Tre bambini di altezze diverse volevano vedere una partita di calcio che si svolgeva al di là di un muro. Il più alto vedeva benissimo senza bisogno di alcun supporto e aiuto, il secondo un po’ più bassetto aveva bisogno di uno scatolone sotto i piedi per arrivare a vedere al di là del muro e il terzo, piccolo e basso di statura aveva bisogno di salire su due scatoloni, ma alla fine, con i dovuti aiuti, tutti e tre arrivavano a vedere la partita.
A volte ci si chiede: ”ma cosa serve a Paolo stare in classe ascoltare e vedere cose che non potrà mai capire?” l’esperienza mi ha portato a sperimentare che le modalità di apprendimento sono molteplici e non tutte sono prevedibili,
apprendere non vuol dire solamente impadronirsi di alcune informazioni, ma vuol dire relazionarsi, stare con, capire e sentire cosa accade intorno, e poi….
E poi a volte si scopre che le nozioni sono state apprese in un modo e con un risultato che nessuno aveva mai previsto.
Certo bisogna essere disponibili all’ascolto delle molteplici realtà e bisogni, occorre essere pronti a cercare strategie diverse, a non basarsi in modo rigido su metodi e strumenti che sono di fatto le certezze di un docente, bisogna essere disponibili alla creatività e alla continua messa in discussione del proprio approccio educativo e didattico.
Ma tutto questo è ricchezza, è la gioia di capire che nell’altro ci sono potenzialità e punti di forza, capirli, scoprirli. Oppure: “Cosa serve alla classe avere al suo interno Luca, con i suoi problemi di autismo che non si relaziona e si agita e disturba?” Luca vede la realtà circostante in un modo diverso da quello dei compagni che vanno guidati ad entrare con attenzione e delicatezza nel suo mondo, nei suoi ritmi nel suo bisogno di ordine dove gli avvenimenti della giornata devono essere chiari e prevedibili. Impareranno così a capire e scoprire un’organizzazione del tempo diversa, le agende, la comunicazione per immagini, potranno essere aiutati a comprendere quali comportamenti possono creare spaesamento e ansia in Luca.


Certo tutto questo implica la presenza in aula di persone preparate che sanno comprendere e interagire con Luca e sono quindi esperte nella relazione e nell’insegnamento ad alunni e alunne con disturbi dello spettro autistico. Implica anche la presenza nel plesso scolastico di spazi dove Luca in alcuni momenti può trovare un luogo tranquillo e silenzioso dove rilassarsi, oppure poter gestire un momento di ansia o dedicarsi ad alcune attività particolari.
Quindi, come conclusione di questi brevi pensieri in libertà,
vorrei che nella scuola futura non ci fossero classi differenziate in cui isolare alunne e alunni con difficoltà
(tra l’altro credo sia molto complesso trovare le modalità per “accorparli”), che non vengano investite risorse per aule, docenti e percorsi in questo senso.
Vorrei che venissero investite risorse nella preparazione dei docenti di materia e di classe, nella formazione degli insegnanti di sostegno anche con modalità più incisive, immersive, perché non ci si forma una volta e poi si vive di questa esperienza, che venissero aumentate le risorse per spazi e materiali che diano modo di realizzare attività “integrative” e di reale integrazione. Vogliamo continuare ad essere attori partecipi di un progresso che trova la sua origine in normative illuminate degli anni Settanta?”
Daniela Ferro, docente di sostegno per quasi 40 anni nella scuola secondaria di primo grado Margherita Hack a Cernusco sul Naviglio





















