di Valerio Carbone – Basta accendere la televisione o scrollare distrattamente su internet: anche i bambini e le bambine sono costantemente esposti a immagini e video di guerra, con ripercussioni sul loro sviluppo e sui loro pensieri a limite del traumatico. Spesso non ce ne rendiamo conto, ma non vivono isolati da tutto quello che ci accade intorno: dai riflettori puntati sull’Ucraina e su Gaza, alle guerre “dimenticate” in Siria, Myanmar o Yemen.
È responsabilità di noi genitori, insegnanti ed educatori non alimentare fantasie irrealistiche, estreme o catastrofiche, tuttavia è altrettanto fondamentale non minimizzare o fare finta di niente.
L’importante, quando si parla con i bambini, è dire loro la verità, anche sulle questioni più delicate (come accade, ad esempio, nei lutti o nelle separazioni).
Spesso i genitori commettono l’errore di pensare che i bambini non possano capire delle questioni complesse come questa, e si sceglie di mentire nell’illusione che proteggerli voglia dire tenerli più possibile all’oscuro da certe verità (verità con cui inevitabilmente vengono comunque a contatto). Affrontare insieme il tema della guerra, parlarne e spiegarla diventa invece fondamentale poiché promuove in loro una profonda educazione alla pace, peacebuilding (Shapiro, 2002), prevenendo traumi indiretti come l’impotenza appresa rispetto alle ingiustizie e alle cose che non vanno nel mondo.
La guerra è intorno a noi ed è una questione delicata dalla quale, in ogni caso, non si può sfuggire. A nessuna età.


Per comunicare efficacemente con i bambini e le bambine su un tema così importante rimane fondamentale parlare sempre con chiarezza e usare un linguaggio semplice e misurato, adatto alla loro età. È importante osservare il bambino, come reagisce di fronte a certe immagini e informazioni, se ci sono domande o riflessioni in atto, insomma rispettare i suoi tempi e valorizzare le sue esperienze e i suoi sentimenti.
Se già in precedenza, in casa come a scuola, si è costruito un ambiente di ascolto attivo e accogliente gran parte del lavoro è stato fatto, e ogni argomento, anche il più spinoso e doloroso, può essere efficacemente affrontato.
In ogni caso, occorre lasciare il giusto spazio alle emozioni, che possono essere anche molto forti quando riguardano tematiche come questa. I bambini possono avere paura che certe cose possano succedere anche ai propri familiari, ai loro amici o ai loro parenti più lontani. Anche perché non è raro imbattersi in uscite social o notizie dall’alto tenore sensazionalistico in cui anche i più piccoli vengono mostrati come vittime di guerra. Tutti questi timori vanno contenuti, ascoltati e non amplificati dalla comunicazione con un adulto.
Anche gli adulti, del resto, hanno paura della guerra e sarebbe importante non nascondersi dietro a un dito: la guerra suscita in noi un mix d’indignazione e impotenza, d’inadeguatezza e senso d’ingiustizia.
Questi timori e questi sentimenti non andrebbero nascosti ai bambini, piuttosto spiegati, per “normalizzare” i loro stati d’animo.
Nonostante i bambini e le bambine siano per natura molto curiosi, volti a conoscere il mondo e si domandino il perché e il per cosa delle tante cose che accadono intorno a loro, non è sbagliato cominciare a farli familiarizzare con l’idea che alcune cose non abbiano necessariamente una risposta, e che papà e mamma non sanno tutto e non possono sempre agire su tutto.


La guerra fa parte della storia dell’essere umano fin dall’antichità. Negarne l’esistenza rischia di essere un comportamento scarsamente protettivo; è invece altamente disfunzionale nei riguardi dei più piccoli. Non bisogna forzare i bambini a parlarne, sia chiaro, piuttosto è nostro compito farci trovare pronti laddove qualcosa a riguardo ci venga domandato.
Un buon accorgimento per iniziare ad aprire l’argomento (qualora richiesto e dunque necessario) potrebbe essere quello di ascoltare prima le domande che i bambini hanno da farci, essere disponibili a farci carico dei loro dubbi e delle loro paure; questo ci aiuterà a orientare il dialogo verso ciò che loro sentono importante conoscere.
Ecco alcuni consigli specifici che sono sempre validi quando si parla con i bambini, mettendosi (non solo metaforicamente) alla loro altezza:
- Adattare il linguaggio: è importante usare frasi brevi e semplici, parole chiare, altresì evitare termini complessi, ambivalenti o astratti;
- Parlare lentamente, scandire le parole: questo aiuta il bambino a comprendere meglio il messaggio, restituendogli la sensazione che non andiamo di fretta e che abbiamo tutto il tempo che occorre da dedicare ai loro dubbi e alle loro domande;
- Fare pause, domandare, guardare il bambino negli occhi, ascoltare attivamente: per questo è importante mettersi all’altezza del bambino, per creare un contatto visivo che gli permetterà di elaborare in modo più armonico ciò che viene detto. È anche importante prestare attenzione a tutto ciò che il bambino non dice (i gesti, i suoni, i tentennamenti) e rispondere in modo empatico.
- Usare un tono di voce calmo e positivo, coinvolgere il bambino nelle conversazioni: è fondamentale rinnovare un ambiente accogliente che favorisca lo scambio e la comunicazione. Se tutto nella conversazione viene condotto con calma e partecipazione sarà più semplice fare e ricevere domande, e per noi adulti commentare le questioni del bambino, creando e rinnovando con lui un dialogo aperto.
- Non avere paura del silenzio: spesso gli adulti hanno timore o si imbarazzano del silenzio, mentre è fondamentale dare valore alle pause riflessive che permettono al bambino di elaborare tutte le informazioni per poi rispondere.
- Valorizzare le emozioni e i bisogni del bambino: sarebbe molto utile partire proprio dagli aspetti emotivi, dal “Come ti senti quando…?”, piuttosto che arrovellarsi su giri d’informazioni e spiegazioni a volte deleterie, il più delle volte inutili. L’accento sulle emozioni fa sentire il bambino rincuorato, ascoltato, compreso.
- Evitare di semplificare troppo il linguaggio: usare termini corretti e specifici per l’età va bene, adoperare frasi brevi e complete anche, tuttavia è importante riconoscere l’intelligenza del bambino, non sminuirlo e non farlo sentire sciocco se fa certe domande o se prova determinate paure.


Naturalmente, anche rispetto ai temi in questione, valgono le indicazioni specifiche di sempre (già trattate in altri articoli di questa rubrica): ovvero accompagnare i bambini nella fruizione delle notizie (soprattutto quelle online).
Può succedere infatti che i bambini e le bambine ricevano accidentalmente informazioni contrastanti dai media, o peggio comunicazioni allarmate, inquinate di “terrorismo psicologico”. Laddove la raffigurazione mediatica è veritiera (bombe che cadono, conflitti, distruzioni), qualora il bambino chiedesse, sarebbe opportuno capire prima cosa ne sa lui dell’argomento, che idea si è fatto e semmai procedere, spiegando e arricchendo non solamente riguardo al conflitto, ma raccontando dell’Iran, della Siria o della Palestina anche dal punto di vista naturalistico, storico e culturale, facendo cioè emergere la bellezza perduta di quei territori e quanto la guerra sia intrinsecamente legata all’assurdità di scelte che non tengono a mente tutto quello che c’è di bello nel mondo.
Potrebbe essere utile suggerire libri sul tema pensati appositamente per i bambini e le bambine. Save the Children, ad esempio, ha raccolto in un articolo 10 letture per l’infanzia e la preadolescenza che parlano adeguatamente dell’argomento.


Ricostruzioni storiche e discorsi allargati non sono comunque adatte a tutte le età; per questo è importante ascoltare e comprendere sempre il punto di partenza.
L’idea di guerra nella mente dei bambini segue precise tappe di sviluppo.
Secondo le ricerche di Berti (2000), ad esempio, a 7 anni i bambini percepiscono ancora la guerra come uno scontro tra gruppi privi di strutture, dove a prevalere sono le dimensioni individuali (una sorta di “Trump che ha litigato con Putin”); soltanto successivamente riescono a rappresentarsi lo scontro come un elemento specifico o come la causa scatenante dell’evento bellico. Per certi versi il discorso è legato al conflitto individuale e alle conseguenze, che appaiono molte volte esagerate, per questo ancora più paurose se non affrontate adeguatamente: i bambini e le bambine di questa età non riescono a distinguere tra diverse situazioni, vivendo come potenziale guerra anche gli scontri familiari, fra amici e sportivi.
Solamente con l’inizio della preadolescenza, ovvero intorno ai 10 anni, inizia a formarsi un pensiero astratto, capace di inferenze: possono essere così accolte spiegazioni più complesse, che facciano riferimento a cause politiche ed economiche.
Parlare di guerra con i nostri bambini e le nostre bambine diventa, in ogni caso, una vera e propria “educazione morale”, anche rispetto a sentimenti meno accessibili e più complessi, che permette loro di mettere in circolo emozioni e fantasmi relativi all’aggressività, ai conflitti e alla violenza.
Parlare e affrontare tutto questo insieme offre la possibilità irrinunciabile di regolare questi vissuti in maniera sana, cominciando a educare il bambino e la bambina alla risoluzione dei contrasti, ai valori della convivenza, della tolleranza e dell’armonia sociale.
Se hai necessità di un aiuto o di un supporto psicologico professionale, non esitare a contattarmi.
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