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Home Si può fare

Agnese Moro e Adriana Faranda, quando l’inimmaginabile diventa reale

Agnese Moro, figlia dello statista ucciso dalle Br, e Adriana Faranda, ex brigatista rossa, spiegano il dolore dell’irreparabile: come nasce una singolare amicizia dalla giustizia riparativa.

di redazione b-hop
2 Maggio 2024
in Si può fare
Tempo di Lettura: 4 mins read
53 1
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di Martina Anile – Agnese Moro e Adriana Faranda spiegano il dolore dell’irreparabile: come nasce una singolare amicizia dalla giustizia riparativa.

In un processo giuridico, accusato e vittima sono ovviamente parti avverse, opposte, in cui una vince e una perde. Il processo che si tenne nel 1979 a seguito del rapimento e dell’omicidio Moro non fa eccezione: da un lato Agnese Moro, la figlia diventata orfana, la vittima, la buona; dall’altro Adriana Faranda, brigatista, carnefice, la cattiva.

La storia è già stata scritta: Adriana Faranda, giudicata colpevole nel 1979, ha scontato 16 anni di prigione uscendo solo nel 1994. La nostra cattiva quindi non deve più nulla alla società, secondo il diritto penale: e allora perché è accanto ad Agnese Moro, 46 anni dopo il delitto, a parlare davanti a una folla in una chiesetta del nord di Roma? E d’altra parte, perché Agnese Moro vorrebbe sedersi accanto alla persona che simboleggia l’irreparabile?

“Io e Adriana abbiamo fatto parte di un gruppo formato da vittime, come me e da persone, come lei, che avevano commesso un crimine; ci siamo riuniti dal 2008 al 2015 e abbiamo parlato, grazie al percorso di giustizia risolutiva che Guido Bertagna mi ha proposto. Io all’inizio mi ero rifiutata, per paura di offendere la mia famiglia e i miei amici”.

Così spiega Agnese Moro agli ascoltatori raccolti nella chiesa di San Fulgenzio a Roma, la sera del 22 aprile. “Non avevo mai parlato in generale di quello che quei 55 giorni erano stati per me: ai miei figli avevo raccontato la storia, certo, ma mai ero entrata nei sentimenti. Il silenzio che avevo utilizzato però non poteva più funzionare”.

La giustizia riparativa di cui parla la signora Moro è qualcosa di nuovo per l’Italia che solo nel 2022, con il decreto 150 all’articolo 42 è riuscita a dare una definizione: si intende come giustizia riparativa “ogni programma che consente alla vittima del reato, alla persona indicata come autore dell’offesa e ad altri soggetti appartenenti alla comunità di partecipare liberamente, in modo consensuale, attivo e volontario, alla risoluzione delle questioni
derivanti dal reato, con l’aiuto di un terzo imparziale, adeguatamente formato, denominato mediatore”.

I mediatori, fondamentali negli incontri, erano tre: Guido Bertagna, gesuita, Claudia Mazzucato, docente di diritto penale, e Adolfo Ceretti, docente di criminologia. Hanno seguito un gruppo di 60 persone, fra vittime e rei, per 7 anni, e al termine hanno pubblicato un volume “Il libro dell’Incontro”.

Restorative Justice word cloud on a white background.
credits: https://depositphotos.com/it

“Durante i processi le persone non esistono, sono faldoni impilati l’uno sull’altro. Il tempo in carcere è un’attesa – dice Adriana Faranda – e quando sono uscita non sentivo di aver finito, non riuscivo ad andare avanti. Prima di cominciare il percorso con Agnese avevo incontrato già altri familiari delle vittime ma fuori dal discorso della giustizia riparativa. Nel percorso iniziato nel 2008 al centro della questione non c’era più la responsabilità del reato ma la responsabilità della persona verso l’altro”.

“Si sono presentati a me disarmati – dice Moro – con una generosità che non mi aspettavo. Per me loro erano i fantasmi che si aggiravano per casa e li odiavo.

Ma come si fa ad odiare una persona che hai di fronte? Non puoi. Li devi far diventare di nuovo dei fantasmi, devi fargli perdere l’animo umano”.

“Ci siamo presentati disarmati, sì – continua Faranda – senza difendere niente del passato. Io in primis mi sono messa in discussione. Quando sai di aver sbagliato tutto, l’irreparabile ti taglia a metà. Non sei la stessa persona di prima e pensi che questo sia impossibile da comunicare. Poi ho incontrato Agnese, e nei suoi occhi c’era un dolore enorme, anche quello incomunicabile”.

Esiste spazio per il perdono quindi? “Questa cosa del perdono è una vera ‘iattura’- sorride Moro – nel percorso che abbiamo fatto non è mai entrata questa parola.

Non serve a nulla, mette le persone su due gradini diversi, in cui uno deve dare il perdono e l’altro lo deve chiedere. E’ una parola che divide”.

La Faranda aggiunge: “Il perdono è una parola contornata da sensi ambigui, a volte è fatta solo di maniera. Come potevamo noi chiedere il perdono, metterli in una situazione del genere…”.

E allora cosa si può fare? “Si può accogliere la memoria – risponde Faranda – fare una storia comune è impossibile. Le vite sono state troppo diverse, i ricordi sono inconciliabili. Però si può ascoltare, si può accettare un ricordo diverso, opposto”.

Ed è quello che Agnese Moro e Adriana Faranda hanno fatto e continuano a fare: accanto una all’altra, con i capelli bianchi e qualche anno in più, parlano e ci spiegano come l’inimmaginabile possa diventare reale. (articolo di Martina Anile)

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