di Stefano Macera – A Roma, il culto di San Benedetto da Norcia ha avuto storicamente un’ampia diffusione. Non poche sono state le chiese dedicate al fondatore del monachesimo occidentale, ma oggi se ne conserva solo una: San Benedetto in Piscinula, collocata in un angolo poco noto di Trastevere a Roma. Un luogo dall’articolata vicenda, che deve il toponimo “piscinula” alla presenza, in antico, di piccoli impianti termali.
Una tradizione vuole che qui si trovasse anche un palazzo degli Anicii, l’importante gens romana cui apparteneva Gregorio Magno. E che, secondo leggende mai confermate dalle ricerche, avrebbe compreso tra i suoi membri lo stesso San Benedetto. Quando ci si riferisce a personaggi di epoche lontane, le narrazioni possono imporsi anche senza riscontri.
Questo complesso intreccio di storia e credenze non è facile da intuire quando, attraversando Piazza in Piscinula, ci si avvicina alla chiesa. La facciata è minuta, distinta da un finto bugnato e, nell’ordine superiore, da un finestrone semicircolare.
È un prospetto ottocentesco, realizzato da Pietro Camporese Il Giovane, che rispondeva a due esigenze: semplificare le forme e disporre in modo regolare gli elementi. In altre parole, introdurre in un edificio sorto tra la fine dell’XI° e l’inizio del XII° secolo un sentire estetico opposto a quello originario.
San Benedetto e il romanico laziale: tra campanile, cappella e memoria
Il minuscolo campanile a bifore, posto in alto a sinistra, annuncia timidamente ciò che si vedrà all’interno. Rimanda a quel romanico laziale che, proprio con le torri campanarie, ha lasciato il suo segno più riconoscibile. Si pensi, tra le altre, a Santa Maria in Cosmedin o a San Giovanni a Porta Latina. Qui, tuttavia, sembra di scorgerne una versione miniaturizzata.


Non si è ancora preparati al cambio d’atmosfera che si percepisce nel vestibolo, disseminato di affreschi consunti. Il più leggibile raffigura la Madonna con il Bambino e i Santi Pietro e Paolo. Databile ai primi del Trecento, si trova sul lato sinistro, accanto a un notevole portale con colonnine e rivestimento musivo. È un’opera che richiama la perizia dei marmorari romani, artefici tra XII° e XIV° secolo dello stile cosmatesco.
Il portale introduce alla Cappella della Vergine, coperta da una volta a crociera e custode dell’immagine della Madonna della Misericordia, realizzata nel Trecento ma più volte ridipinta. Alla sua destra, un angusto cubicolo è tradizionalmente indicato come la cella di San Benedetto: il luogo in cui il Santo avrebbe pregato durante un ipotetico soggiorno romano, quasi anticipando in un anfratto del presunto palazzo familiare l’esperienza successiva nella grotta di Subiaco.
Si dirà che sono solo credenze, ma forse il compito di chi osserva è coglierne la verità profonda. Essa rimanda all’intensità del culto romano di San Benedetto: molti fedeli lo sentivano così vicino da ritenere naturale un suo passaggio nell’Urbe.
Gli studiosi, invece, concentrano l’attenzione sulle fasi precedenti l’edificazione della chiesa, avviate tra VII° e VIII° secolo con un primo oratorio sorto proprio nei pressi del cubicolo, poi sostituito dalla cappella attuale.


Il pavimento cosmatesco e le immagini della devozione di Roma per il monachesimo occidentale
L’interno della chiesa è diviso in tre navate da colonne di spoglio. Vi si ritrova tutto ciò che affascina nelle architetture romaniche: asimmetrie, irregolarità planimetriche, un senso di autenticità non levigata. Accedendo alla navata centrale si avverte che il percorso verso l’altare maggiore non è perfettamente piano: soprattutto all’inizio, vi è una lieve pendenza. Anche le due navate minori non coincidono pienamente per forma.
L’ambiente, oggi relativamente spoglio, immerge in
un’atmosfera di essenzialità e raccoglimento.
Questo effetto è anche il risultato di interventi condotti tra XIX° e XX° secolo, volti a eliminare aggiunte post-medievali. Lo stesso soffitto a capriate lignee è stato ripristinato nel 1939.
A colpire è soprattutto il pavimento cosmatesco che segna buona parte della navata centrale. Riferito al XII° secolo, non teme il confronto con quelli di chiese più celebri. È una composizione di pietre colorate che formano motivi geometrici attorno a grandi lastre circolari di pietre dure.
Opere di questo tipo erano riservate a luoghi di culto considerati particolarmente pregevoli. Il prestigio della chiesa di San Benedetto è confermato dall’utilizzo di marmi rari, che donano al pavimento una sorprendente varietà cromatica.


Non meno significativa è la presenza del Santo in tre diverse raffigurazioni. Nella navata destra si conserva un affresco trasferito su tavola, in cui Benedetto appare giovane, con poca barba e con il bacolo a forma di T tipico dei monaci orientali. L’opera, collocabile sul finire del XIII° secolo, riflette le innovazioni della Scuola Romana, che superò l’astratta ieraticità bizantina restituendo concretezza ai corpi.
Sempre nella navata destra, un dipinto di età moderna presenta San Benedetto accanto a San Lorenzo, ai lati della Madonna col Bambino. La terza raffigurazione si trova nell’abside, sopra l’altare maggiore. Qui il Santo, con barba folta e saio, mostra il libro aperto della Regola benedettina. Anche questa immagine ha subito più ridipinture, rendendo difficile una precisa collocazione cronologica, oscillante tra XIII° e inizi XV° secolo.


Oggi tali interventi possono apparire invasivi. In passato, però, di fronte al deteriorarsi di un’immagine sacra si interveniva senza troppi scrupoli filologici. Queste raffigurazioni non erano pensate come opere d’arte intangibili, né come testimonianze da studiare. A esse si chiedeva soprattutto di continuare a suscitare, nel tempo, la devozione dei fedeli.
Ed è forse proprio questa continuità silenziosa il tratto più autentico di San Benedetto in Piscinula: una chiesa minuta, quasi nascosta, ma capace ancora oggi di custodire secoli di fede, arte e memoria romana nel cuore di Roma.
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