di Stefano Macera – Ha una facciata tra le più anonime, ma chi ha modo di entrarci, salendo una breve scalinata in marmo, ne rimane colpito. E viene spinto ad approfondirne la storia, in parte anticipata dal nome: San Salvatore in Onda. In cui il richiamo al figlio di Dio, inviato per salvare l’umanità, coesiste con un appellativo che è facile decifrare.
Ci troviamo a Roma in via dei Pettinari, in prossimità del Tevere e di Ponte Sisto: un’area in cui, in altri tempi, le inondazioni erano frequenti e disastrose.
Un destino comune ad altre parti della Roma storica, sinché nell’ultimo quarto del XIX secolo non furono costruiti i famosi muraglioni, ovvero gli argini a difesa dalle piene del fiume. Il rapporto tra questo e la città mutò radicalmente, ma furono evitate tante distruzioni e perdite di vite umane.
Invero in questa chiesa, fondata dai benedettini sul finire dell’XI secolo, si cercarono soluzioni ben prima della grande opera appena citata. Nel ’700, per volontà di Benedetto XIII, ne fu infatti rialzato il pavimento. Allora si ebbe pure il restauro delle mura, che risultavano decisamente malridotte.
Eppure, sul finire del secolo precedente l’edificio aveva subito ampi e discutibili rifacimenti. Le sue belle colonne, di spoglio e perciò disomogenee (lisce o scanalate e di materiali vari), erano state imprigionate da pilastri e non risultava più leggibile l’impianto medievale, che venne ripristinato da un artista dalla vicenda singolare: Luca Carimini. Questi, nel biennio 1867-68, liberò le colonne, restituì all’edificio la sua originaria forma basilicale a tre navate e si curò della decorazione.
D’altra parte, il medioevo non poteva che attirarlo: in quell’epoca lontana non si dava confine netto tra l’artista e l’artigiano e lui, a partire dall’adolescenza e per lungo tempo, era stato un semplice scalpellino. Affermato, però, e capace di sottrarre il tempo per studiare a un’attività febbrile. Quando già aveva raggiunto i 38 anni i suoi sforzi furono premiati: l’Archiginnasio della Sapienza lo riconobbe architetto.
Se è esagerato parlare dell’avvio di una nuova vita, non bisogna dimenticare che in questa seconda veste le commissioni non gli mancarono, non solo in Italia ma anche in America Latina. Lo status più elevato, però, non gli fece mai sconfessare le esperienze passate. Lo conferma, in S. Salvatore in Onda, l’uso di una grande varietà di marmi pregiati. Per dire, nel pavimento del presbiterio troviamo specchi in breccia di Seravezza, fasce di bardiglio e confrofasce di Rosso Francia.
Rimasto scalpellino nell’animo, Carimini i marmi li amava tutti e li sapeva usare come nessun altro.


A pensarci bene, al medesimo gusto artigiano rimanda pure il soffitto a cassettoni, intelligente rielaborazione di quelli apparsi nelle chiese romane a partire dal ‘400. E nello stesso discorso si può inquadrare l’altare maggiore, cui le agili colonne conferiscono un notevole senso di leggerezza.


Sotto di esso, si colloca l’urna funeraria di San Vincenzo Pallotti, ricordato anzitutto lo sforzo di riaffermare i valori cristiani in un secolo, il XIX, in cui già si facevano largo quelli secolari. Un tentativo fondato sia sulla valorizzazione del ruolo dei laici nella comunità cattolica sia sulla maggior cura della formazione dei sacerdoti. Nell’ultimo scorcio della sua vita egli lo portò avanti anche a partire da questa chiesa, concessagli da papa Gregorio XVI.


Insomma, di storie San Salvatore in Onda ne racconta molte, che diventano folgoranti sorprese se si fa riferimento ai suoi ambienti sotterranei.
Si pensi alla cripta medievale, divisa in tre navate e collocata in corrispondenza del presbiterio. Le sue dimensioni contenute nulla tolgono alla suggestione. Anzi, essa è l’ideale preludio agli ambienti che si trovano circa quattro metri più in basso e che gli archeologi riferiscono a una taberna di età imperiale, comprensiva di retrobottega.
Chi ha l’occasione di ammirarli, in speciali visite guidate, torna con la mente a un periodo in cui le rive del fiume pullulavano di attività commerciali e di magazzini per lo stoccaggio delle derrate alimentari, portate in città da un’infinità di imbarcazioni. Il Tevere, del resto, fu a un tempo fonte di sciagure e principale artefice della grandezza di Roma.





















