di Emanuela Arabito – Quando si arriva, vi mancherà letteralmente il fiato. Non solo per la passerella in salita – un ponte di cemento armato, rivestito in legno – lunga 300 mt, unica via per raggiungere il borgo, ma perché ci si trova immersi in una dimensione quasi irreale. Civita di Bagnoregio, al confine tra Lazio e Umbria, in provincia di Viterbo, sembra sospesa nell’aria, come tanti altri borghi in Italia, ma ancora più degli altri Civita appare come un presepe di cartapesta per la precarietà che la caratterizza.
Ascolta “Civita di Bagnoregio è davvero “la città che muore”?” su Spreaker.
Si, perché sin dalle sue origini deve fare i conti con la forza della natura, eventi estremi come frane e terremoti che hanno scosso ripetutamente le sue fondamenta scavate nella collina.


I banchi d’argilla che la sorreggono e le pareti perimetrali si sgretolano, ogni anno, al ritmo di circa sette centimetri. Da metà dell’800 ad oggi, la strada che conduce a Bagnoregio, il paese più a valle, si è abbassata di 25 metri.
Fondata dagli Etruschi 2500 anni fa, ha visto – tra il 280 e il 265 a.C. – prima gli Etruschi e poi i Romani far fronte all’instabilità dell’area, a smottamenti e scosse telluriche (riportate negli annali come nel 1695) realizzando lavori di canalizzazione delle acque piovane per diminuirne l’incidenza: lavori che in seguito non furono più effettuati, causando il rapido degrado del territorio. Così, un’erosione progressiva investe la collina su cui sorge il paese e la vallata dei Calanchi circostante, con nomi suggestivi che definiscono un paesaggio che sembra appartenere a un altro pianeta: il dolomitico “Montione” o l’imponente, bianca “Cattedrale”, che innalza le sue esili guglie verso il cielo .


Delle acque termali che scaturivano nei pressi del paese diedero luogo al nome Bagnoregio (da Balneum Regis, così chiamato da Desiderio, re dei Longobardi, nell’ottavo secolo) non c’è più traccia.
Del suo antico abitato, cui si accedeva attraverso cinque porte, resta solo quella principale: la Porta di Santa Maria, che raffigura due leoni con una testa umana fra le zampe, simbolo della rivolta degli abitanti di Civita contro gli odiati Monaldeschi, signori di Orvieto (1494) che governavano il paese. Ma in tutto il borgo sono innumerevoli le tracce sia etrusche sia romane, con un reticolo in miniatura di cardi e decumani, le antiche strade fra loro perpendicolari, che si aprono improvvisamente a panorami incredibili sui calanchi e le valli tutt’intorno.
Uno, fra i più emozionanti, è quello che si può ammirare dal cosiddetto Giardino del Poeta, semi-nascosto in una curva di una stradina, quasi alla fine del paese. Un rifugio colorato immerso nella quiete, avvolto dai profumi, che sembra uscito da una fiaba di Perrault o dei Fratelli Grimm, in un contesto – il borgo antico arroccato sulla collina di tufo – che già da solo è un paesaggio onirico. E per non dimenticare dove ci si trova, basta visitare in piazza l’inconsueto Museo geologico e delle frane nel cinquecentesco Palazzo Alemanni, che documenta proprio l’evoluzione del territorio.
“Civita deve la sua bellezza alla sua fragilità”,
dichiara il sindaco Luca Profili. Con 15 abitanti effettivamente residenti nell’ultimo censimento conosciuto, Civita
attende di diventare patrimonio Unesco.


Ma intanto – dall’alba al tramonto, soprattutto nei fine settimana o in estate – vede i suoi vicoli e le sue botteghe affollarsi a dismisura di turisti che arrivano da tutto il mondo.
Sempre più, negli ultimi anni, dall’Asia (Taiwan, Giappone e Corea del Sud), forse per effetto dell’omaggio a Civita reso dal maestro giapponese dell’animazione Hayao Miyazaki nel suo capolavoro “Laputa, il Castello nel cielo” del 1986. Del resto, da Totò a Sordi, dall’ultimo Pinocchio agli spot pubblicitari della Tim, Civita rappresenta un ideale set cinematografico a cielo aperto. E star del fashion system come Alessandro Michele (stilista per Gucci e tra i 100 personaggi più influenti del mondo nel 2017), o della musica pop come Harry Styles (ex One Direction: suo il miglior album pop ai Grammy 2023) fino a registi come Giuseppe Tornatore (Oscar 1988 per Nuovo Cinema Paradiso) hanno deciso di stabilire qui il loro “buen retiro”. Forse attirati da quel “brand” che Civita si porta dietro: di essere cioè il “paese che muore” per quel vaticinio del civitese Bartolomeo Tecchi, che nel 1896 scrisse :
“Tutto quel che è rimasto – un ciuffo di case, di mura in rovina, nere sul tufo, erette come sul vuoto – respira ormai l’atmosfera della fine. La fiaba del paese che muore – attaccato alla vita in mezzo ai calanchi silenziosi e splendenti (…) – durerà ancora“.
“Civita muore, sì ma di marketing” scrive Giovanni Attili, professore di Urbanistica all’Università Sapienza di Roma (Artribune, luglio 2023).


I turisti sono attratti “da una morte miniaturizzata e accessibile, vorrebbero respirare un’apocalisse tascabile da immortalare sul cellulare”
Di fatto, sono pochi coloro i quali riescono a sottrarsi al fascino di Civita. Quando le venne chiesto in quale, tra i tanti posti dove aveva vissuto, avrebbe scelto di abitare, la scrittrice francese Marguerite Yourcenar rispose senza esitare: “New York e Civita di Bagnoregio”.
Eppure, quello che è stato definito il “Mont Saint Michel italiano”, stupisce per un motivo in più, che ci parla di resilienza e tenacia, di Medioevo e di Slow food.
Civita sfugge a un destino già scritto, preservando tradizioni e coltivando cibi e legumi antichissimi. E rivive in essi.


Quando si arriva nella piazza centrale del borgo, la prima cosa che si nota è l’assenza della pavimentazione. Al suo posto, solo la terra rossa e il brecciolino che servono allo svolgimento del Palio della Tonna, tradizione medioevale che consiste nella corsa di asini cavalcati da fantini, due volte l’anno: la prima domenica di giugno e la seconda domenica di settembre. Tre giri in tondo, sotto i balconi dei palazzi rinascimentali che si affacciano in Piazza san Donato e in vista dei profferli, le classiche scale medievali a una rampa lungo le facciate, tipiche dei comuni della Tuscia.
Resistenza al tempo e resilienza alla duplice erosione: quella materiale, che fa sgretolare la collina tufacea – lentamente ma inesorabilmente – e quella delle tradizioni, che si ritrova anche in gusti e sapori antichi, che qui – nella Tuscia viterbese -sono preservati e recuperati. Legumi dai nomi suggestivi: fagioli con l’occhio, fagioli gentili, fagioli del purgatorio, cicerchia, ma soprattutto la roveja (o roveglia, roveggia, rubiglio, corbello, pisello dei campi o selvatico). Ha una forma tondeggiante e una coltivazione faticosa e impegnativa: gli steli superano il metro di altezza e rendono impossibile l’utilizzo dei moderni mezzi meccanici. Per questo, la roveja è falciata a mano ed è poco redditizia, ma è stata riconosciuta come presidio Slow Food nel 2006. Incredibilmente saporita nelle zuppe, è coltivata da alcune aziende della zona, che nei loro ricettari scrivono:
“Sa di Roma, profuma di Toscana e ha la povertà dell’Umbria”.
Un legume dimenticato, d’altri tempi, di cui pochi sanno l’esistenza. Fra questi, c’è sicuramente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Da quando l’ha assaggiata, ne ha fatto la sua pietanza preferita al Quirinale.


PS. E per chi vuole provarla (è buona sia da sola sia mescolata al farro o ad altri legumi, come le cicerchie) ecco una ricetta semplice semplice:
ZUPPA DI ROVEJA DI BAGNOREGIO
Tenere in ammollo per circa 12 ore, poi lessare per circa 30/40 minuti (o 8/10 minuti in pentola a pressione). Soffriggere aglio, cipolla e prezzemolo, poi aggiungere una passata di pomodoro e la roveja già lessata. Cuocere per qualche altro minuto. Oltre ad altri cereali, si possono aggiungere anche patate, carote o sedano.





















