di Irma Castelli – Il 21 novembre è uscito nelle sale italiane “Una terapia di gruppo”, il nuovo film scritto e diretto da Paolo Costella.
Claudio Bisio, Margherita Buy, Claudio Santamaria e non solo, sono i protagonisti di questo remake della commedia spagnola del 2017 di Vicente Villanueva intitolato “Toc toc”.
Il film racconta con (molta) ironia e leggerezza la vicenda di sei pazienti affetti da disturbo ossessivo compulsivo che si ritrovano tutti insieme per errore ad aspettare la loro seduta nella sala d’attesa di uno psicoterapeuta. Tutti hanno un forte bisogno e tanta fretta di risolvere i loro problemi che si riflettono negativamente nelle relazioni sociali di tutti i giorni.
Il dottore, però, non si farà vedere molto presto a causa di alcuni imprevisti, ed è per questo che i sei si troveranno ad affrontare quella che potremmo chiamare una terapia di gruppo “fai da te”.
Quali messaggi trasmette il film e perché sono importanti?
Pur non essendo una sceneggiatura originale, questo remake appare al pubblico ricco di messaggi positivi.
Il film è in grado di far sorridere gli spettatori e riflettere sul tema della salute mentale. Questa missione assume particolare rilevanza in un contesto come quello italiano, in cui sono ancora presenti molti tabù in merito, portando il tema sotto i riflettori e spingendo il pubblico a fare un piccolo passo in più verso l’abbattimento degli stereotipi sul tema della psicoterapia.
Assieme all’ironia, l’esasperazione è il principale espediente narrativo.


I personaggi hanno diversi tipi di ossessioni (e compulsioni) che appaiono quasi inverosimili per quanto esasperate, e questo (oltre a dimostrare la grande capacità di recitazione degli attori) rende bene l’idea di come un DOC (Disturbo ossessivo compulsivo) o OCD possa talvolta influenzare la vita quotidiana di chi ne soffre.
Allo stesso tempo, però, rende facile stimolare il senso di immedesimazione nel pubblico, altro aspetto importante del film che spiega perché la trama è in grado di arrivare forte e chiara alle persone.
Quanti di noi, infatti, non hanno (almeno raramente) avuto a che fare con “fisime” come controllare mille volte se abbiamo chiuso la macchina o spento il gas, oppure evitare di camminare sulle righe del pavimento? Meno di quanti si potrebbe pensare.


Ci sono delle volte, però, in cui queste “fisse” derivano da traumi o da paure profonde e radicate in noi da anni, finendo per sfociare nel patologico. Ed è qui che
la terapia gioca un ruolo importante: nel risalire a quei traumi ed affrontare quelle paure che per troppo tempo si sono celate dietro a “stranezze” superficiali.
L’importanza della terapia è un messaggio che traspare chiaramente attraverso la perseveranza dei protagonisti nel rimanere ad aspettare il dottore: ognuno di loro pensa di avere l’appuntamento giusto, ma dietro questo si nasconde un fortissimo bisogno di parlare e condividere i propri problemi.
Ciò è senz’altro una conseguenza nascosta del senso di solitudine che deriva dal DOC e che rappresenta un fil rouge che accomuna i protagonisti.
Una parte molto intensa del film è quella che vede i tessuti aerei come metafora del DOC. Questo, dapprima si mostra come un escamotage per tranquillizzare e dare una parvenza di benessere a chi ne soffre, apparendo quasi come un alleato contro ansia e solitudine, ma se trascurato, può diventare qualcosa che ti opprime e isola talmente tanto da arrivare quasi a “strangolarti”.
In tal senso, il nemico più grande diventa proprio l’isolamento, che va contrastato attraverso le distrazioni della quotidianità ma soprattutto la condivisione, il senso di appartenenza ad un gruppo e l’aiuto degli altri.
Il film mette in evidenza, proprio il fatto che aiutare gli altri rappresenta il primo passo per aiutare anche sé stessi.
Empatia e solidarietà passano in prima linea come sostegno per affrontare le sfide che la vita ci pone davanti, nonostante il nostro vano tentativo di tenere sotto controllo ogni cosa.
E proprio verso la fine del film, quando si pensa di aver colto tutti i messaggi che gli autori vogliono trasmetterci, se ne aggiunge un altro, affatto irrilevante:
L’importanza di mostrarsi sempre per quello che si è, senza paura del giudizio degli altri.
Spesso chi è affetto qualsiasi tipo di disturbo prova senso di vergogna e tende ad auto-isolarsi, andando incontro ad una circolo vizioso di esclusione e rafforzamento delle proprie insicurezze.
All’apparire dei titoli di coda il film ci lascia in bilico tra spensieratezza e riflessioni profonde, a ripeterci nella testa un mantra molto esplicito:
La vita è per il 10% cosa ti accade e per il 90% come reagisci.





















