di Stefano Macera – Nelle città d’arte a non poche chiese si associa un museo. E’ il caso di Santa Maria Maggiore a Roma, basilica papale e principale centro del culto mariano in Occidente. La visita all’annesso Polo Museale Liberiano da un lato precisa meglio una vicenda storico-artistica articolata, dall’altro offre esperienze irripetibili.
Come il passaggio all’interno della Loggia delle Benedizioni, parte della scenografica facciata che Ferdinando Fuga realizzò per il Giubileo del 1750. Da qui si osserva la piazza antistante, avvertendo un rapporto diretto con l’elemento che vi domina: la Colonna della Pace, proveniente dalla Basilica di Massenzio e fatta elevare in loco da Papa Paolo V (1605-1621).
Chi è in cerca di panorami, ne può ammirare uno più complessivo recandosi sulle Terrazze superiori, oggetto di apposite visite guidate.


Ma la Loggia consente di ammirare pure splendidi mosaici, divisi in due registri. In quello superiore, realizzato entro il 1297, troviamo la firma dell’autore: Filippo Rusuti, esponente di una scuola – la romana di fine XIII secolo – che ha contribuito al rinnovamento della cultura figurativa italiana.
Il che è attestato anche dall’opera in questione, raffigurante Cristo in trono con Angeli, i simboli degli evangelisti, la Vergine e Santi. E’ vero: il taglio frontale ancora rinvia a modelli bizantini, ma la particolare disposizione del Cristo assiso rende la composizione meno rigida.


Il registro inferiore, non firmato, si compone di quattro episodi e rappresenta il Miracolo della neve, per tradizione avvenuto nell’agosto del 358 e alla base della costruzione della Basilica. Alcune figure risentono sin troppo dei restauri ottocenteschi, ma a imporsi all’attenzione sono le architetture gotiche, volte a far percepire la terza dimensione. Proprio tale aspetto, di derivazione giottesca, spinge a datare questi mosaici in una fase successiva rispetto a quelli posti in alto.
Senza contare il mistero circa l’attribuzione dell’opera: c’è chi ritiene sia stata realizzata da seguaci del Rusuti, sulla base di suoi disegni, ma certezze non ve ne sono. Del resto, vale lo stesso per altri capolavori medievali. E non è necessariamente un problema: talvolta si insiste troppo sulle personalità eccezionali, perdendo di vista i periodi storici e l’immaginario che li ha contrassegnati.
Ovviamente non si tratta di sottovalutare il ruolo dei maestri. Il punto è che, se non si restituisce il contesto in cui hanno agito, si rischia di idolatrarli senza capirli.
Al riguardo, si prenda a riferimento un motivo di vanto del Museo: il Presepe realizzato da Arnolfo di Cambio per conto di Niccolò IV (papa tra il 1288 e il 1292), allestito nella Sala Betlemme d’Occidente.
Non è integro, certo, ma colpisce non poco lo spettatore odierno. Il quale, spesso, sulle prime non si accorge che la Madonna col Bambino non è un pezzo originale, diversamente da San Giuseppe, i due Magi in piedi, quello inginocchiato, il bue e l’asino. Risale alla fine del ‘500 e, a ben vedere, presenta richiami a Michelangelo, nel volto della Vergine come nelle pieghe della sua veste. Ma a cosa si deve l’impressione iniziale?


Il fatto è che Arnolfo esprime al meglio una tendenza del suo tempo: il rinnovato confronto con la cultura classica. Che lo porta all’originale rielaborazione di alcuni aspetti di statuaria antica, a cominciare dall’uso del panneggio per modellare i corpi.
Per questa via, egli precorre tanta scultura successiva.
Un’adesione altrettanto meditata a una specifica temperie culturale si riscontra in due rilevanti pittori cinquecenteschi: Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma e Domenico Beccafumi.
Il primo è presente con un Cristo portacroce (1520 c.) a dir poco spiazzante, pervaso com’è da una tensione espressionistica che tocca il culmine nel gruppo di donne che consola Maria. Al Beccafumi dobbiamo invece il tondo raffigurante la Madonna col bambino e i Santi Antonio da Padova e Caterina da Siena (1540-1545) Vi si ritrovano tutte le peculiarità dell’artista, dalle figure a un tempo delicate ed evanescenti alla spinta ad offuscare il colore, così da creare un’atmosfera irreale ma avvolgente.
L’audacia di entrambi i pittori rimanda alla fase aurea del manierismo, quella in cui in tanti sperimentavano nuove vie, preoccupandosi soprattutto di individuare gli equilibri formali più consoni alla propria sensibilità. Nulla a che vedere con le bizzarrie fini a se stesse dell’arte manierista tardiva, capaci oggi di incuriosire ma non di emozionare.
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