di Marianna Mandato – “Mamma mia, tutta questa violenza non riesco proprio più a digerirla”. “Tu la vedi. Sei esasperato. Pensa a quelli che la subiscono”.
È vero. Ormai affermazioni del genere sono all’ordine del giorno. Sembra di assistere ad uno tsunami di violenza incontrollabile. Assistere. Mentre qualcuno la subisce.
Ascolta “La violenza è una scelta consapevole” su Spreaker.
Perché “assistiamo” o “subiamo” la violenza? Perché “ormai”? Si tratta forse di qualcosa di esterno a noi che non possiamo controllare né arginare?


È una forza autonoma oppure qualcuno la produce?
Cerchiamo di trovare le nostre risposte nella parola che incarna quel “qualcosa” che ci viene in mente quando diciamo violenza. Quel qualcosa che vogliamo il nostro interlocutore capisca senza fraintendimenti.
Le parole non sono fiato sonoro. Veicolano la realtà.
Il primo passo è cercare gli elementi che immediatamente associamo a questa parola quando cerchiamo di spiegarla a qualcuno. Dobbiamo trovare quegli ingredienti che riescano a restituirne “il gusto”.
Sicuramente, brutalità, sopruso, esercizio della forza (sia fisica sia psicologica), disumanità, prepotenza, prevaricazione, aggressione, ingiustizia, abuso, inciviltà, vessazione, maltrattamento, distruzione, oppressione, umiliazione, mortificazione.
Un disgustoso cocktail che non vorremmo mai ci fosse offerto né mai vorremmo offrire a nessuno.


Chiediamoci ora quali siano i genitori della parola violenza.
Torniamo indietro nel tempo e fermiamoci dai nostri abituali amici latini. Violenza è figlia di violentus, ossia della forza, vis, e del sovrabbondante o eccessivo ulentus che l’accompagna.
In altre parole, una forza spropositata, devastatrice, che annienta indiscriminatamente senza fermarsi davanti a nulla, proprio come uno tsunami.


E perché?
Andiamo avanti e chiediamoci se dalla parola violenza possa derivare un verbo. Certamente. Il tristemente noto violentare.
Un verbo che siamo soliti associare alla violenza sulle donne. Eppure, quel verbo è figlio della violenza in generale quando agisce.


Per violentare, ossia fare e usare violenza, bisogna agire.
La violenza da sola non diventa verbo. Non produce danni. Li produce se diventa un verbo, se diventa un’azione ad opera di qualcuno verso qualcosa o qualcun altro.
E quando la violenza si fa violentare produce inevitabilmente danni. Ce lo dice il contenuto della parola stessa. Inevitabilmente non significa altro che con intenzione, con mente che non evita.
L’azione della violenza è un proposito. Un progetto. Un volere.
Nell’azione, insomma, è contenuta la volontà. Senza volontà non potremmo agire.
Violentare non è istintivo. È proprio quel volere. Per rendere la violenza un’azione, bisogna possedere, comprendere (cioè prendere con sé, far propria) la volontà di distruzione o annientamento.


I violenti sono promotori della violenza volendolo.
La violenza, dunque, non è una forza autonoma che possa agire al di fuori di noi, è una forza cercata e attuata.
È la forza che vìola, ce lo dice la parola stessa.
E che cosa vìola?
Volere la violenza, che in quanto tale distrugge avvalendosi della forza, implica il disconoscimento di una parità di condizioni tra chi la usa e chi la subisce. Chi subisce, deve necessariamente essere ritenuto in una condizione di inferiorità oppure in una condizione che va ridotta all’inferiorità o sottomissione.
Ma se la violenza coincide con l’uso della forza spropositata, deve prescindere da qualsiasi idea di diritto o parità di diritti. Nonché di empatia nei confronti di chi la subirà.
La violenza allora,
diventa un’azione al di sopra di qualsiasi concetto di giustizia, etica o morale socialmente condivisi.
I concetti, anche se firmati e condivisi a livello universale, restano nell’ambito dell’astrazione. Così come i principi etici e i diritti. E non riescono a bloccare l’azione concreta della violenza.
I violenti, coloro che fanno uso di violenza per ottenere qualcosa, dunque, vìolano i limiti ideali imposti o accettati dalle comunità. Non li considerano un ostacolo per ottenere ciò che vogliono.
Vanno fuori dal seminato, direbbe qualcuno in modo semplice.
Violano le regole che tutelano la vita, i diritti, e l’integrità dell’altro e degli altri, prescindendo da qualsiasi idea di correttezza a tutela dell’umanità.
La parola violenza non contiene la correttezza.
La correttezza non è un’azione ma un’attitudine, nonché scelta, implicante il rispetto delle diverse posizioni o delle regole condivise.
L’uso della forza, pertanto la violenza, non contempla voleri che possano fermarla né il dovere di rispettarli. Altrimenti non avrebbe realtà in quanto tale.
È insomma la forza che oltrepassa i concetti. Le norme. Le regole civili. L’astrazione delle norme comunemente condivise. Un po’ come un carrarmato che passasse sopra un gruppo di persone riunite ad una tavola rotonda nell’atto di firmare un trattato di pace.
Oggi la violenza si manifesta in tante forme. Ma attenzione, però. Ad osservare la violenza pare che ci riescano in molti. A subirla invece non è detto che ci si riesca del pari.


E la violenza, è cosa tristemente nota, genererà inevitabilmente altra violenza.
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