di Marianna Mandato – Vivevano tutti in un mondo dall’apparenza certa. Meglio, ognuno aveva una sana e certa spiegazione per tutto quel che aveva intorno.
Il problema spesso era che le spiegazioni non coincidevano.
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Pur parlando la stessa lingua, infatti, pareva che ciascuno riempisse in modo differente quello che diceva.


Come se non bastasse, ognuno interpretava la realtà in base al grado di meraviglia, di allegria o di tristezza e malinconia che sapeva metterci dentro. Non mancavano di certo quelli che ci mettevano la rabbia, la cattiveria o l’indifferenza.
Così, se c’era chi affermava “oggi è proprio una bella giornata”, qualcuno alzava lo sguardo ed esclamava “Ohhhh!!”, qualcuno diceva “evviva!”, qualcun altro borbottava “e ti pareva, proprio oggi che ho da fare questa altra cosa”, qualcuno biascicava “bella non vuol dire proprio niente quando stai come sto io”, qualcuno proferiva “boh, a me pare normalissima” e qualcun altro piangendo affermava “quanto sarebbe stato bello se oggi avessi potuto fare quel che mi sarebbe piaciuto di più”.
Eppure, tutti erano certi di aver compreso e di essere stati compresi.
I più avveduti di quel mondo, però, quelli che dicevano di aver studiato tanta comprensione, un bel giorno comunicarono con fare orgoglioso che le persone credono di capire ed essere capiti ma in verità non capiscono granché e mal sono compresi.
Poi aggiunsero, con fare saggio, che analizzare in profondità le situazioni affidandosi possibilmente alle loro linee guida, sarebbe stata cosa auspicabile nonché sana e giusta per migliorare la vita di tutti.


In poco tempo, queste dichiarazioni fecero il giro del mondo. Gli allegri ne risero e videro nuove opportunità. I malinconici sfumarono ogni dichiarazione rendendola rarefatta. I tristi piansero lacrime amare sulla consapevolezza di non capire veramente. I rabbiosi mandarono tutti a quel paese. Gli indifferenti presero atto come nulla fosse.
Di lì a poco, in ogni caso, si creò un gran fermento attorno a chi si pensava dicesse la cosa più giusta sulla giusta comprensione delle cose.
Contemporaneamente, iniziarono a circolare tante teorie contrastanti sul modo migliore di capire e di parlare.
Finché parve che la confusione fosse all’ordine del giorno.


Insomma, le parole iniziarono ad essere usate in troppe occasioni in modo discutibile. Tanto, nessuno ci capiva niente.
Spesso, la stessa parola finì per indicare troppe cose simultaneamente lasciando molto spazio a dubbi, immaginazione e molteplici interpretazioni.
Si andò avanti così per un bel po’. Molte parole difficili si persero per strada. Molte spiegazioni rimasero plurivalenti. Molte comprensioni, a più strati. Tutti si limitavano ad usare pochissime parole ma che sembrava potessero capire tutti.
Le cose, ormai, più che essere, sembravano accennate.
Quel che si vedeva e succedeva, troppo spesso non coincideva più con quel che si diceva.
Molti si approfittarono della confusione per usare le parole per false spiegazioni.
Per lo più, si preferì dissociare emozioni e parole per semplificare ulteriormente.
Il vocabolario divenne basico, senza troppe pretese, accessibile a tutti.
E la realtà ovvia venne sostituita con la convinzione che fosse un’altra cosa.
Nessuno ci faceva più caso. Tutti si accontentavano.
Finché non successe l’inaspettato.
Già, proprio così. Sapete che successe?
Arrivarono le nuove generazioni.


Ah, be’, quelle, iniziarono ad inventare parole nuove perché non ne trovavano adeguate.
Il caos aumentò. Anzi, ciascuna generazione accusava l’altra di usare parole assurde o antiquate che non andavano da nessuna parte.
Le nuove generazioni, semplicemente, mettevano insieme quel che vedevano e sentivano realmente con quei suoni che potevano intuitivamente descrivere una situazione. In più, univano diverse lingue, cosicché in tutto il mondo potessero capirsi.
Se qualcuno di loro diceva ad esempio “mi sta pushando!”, era quel push, la chiave. Voleva dire che qualcun altro stava spingendo o avanzando in modo aggressivo verso di lui. E tutti intuivano che dietro c’era un’intenzione cattiva.
Le vecchie generazioni, si ribellarono allo scempio e indissero una gara di comprensione.
Certe che avrebbero vinto sulle nuove.
Sapete cosa successe?
“Che successe Bro?”, chiese un rappresentante attento delle nuove generazioni.
Successe un patatrac.
Che speriamo sia parola chiara a tutti.
Qui ci limitiamo a darne una dimostrazione pratica.
Gara:
Scric scric scric,
cos’è? chiese l’amico all’amico specificando la pronuncia gutturale dell’ultima c.
Credo sia un grillo con un difetto di pronuncia, rispose repentino l’amico all’amico.
Pompf pompf pompf,
cos’è allora questo? Continuò l’amico con l’amico, specificando l’assenza della penultima p nella pronuncia.
Sono certo si tratti di una pompa che gonfia i palloncini per una festa, rispose di nuovo veloce l’amico all’amico.
Harp harp harp,
cos’è, forza, questo qua? Proseguì tenace l’amico con l’amico, rendendo ben sonora l’h della pronuncia intera.
Non è azzardato dire che si tratta di una corda d’arpa sfuggita al suo strumento e chiamata dal proprietario inglese che la cerca disperato, ribatté l’amico all’amico.
Scic scic scic,
e, dimmi, avanti, cos’è questo? Incalzò l’amico con l’amico, ponendo l’attenzione sul dittongo iniziale della pronuncia.
Non mi sembra difficile affermare che altro non sia che un vestito elegante che cammina in mezzo agli invitati tutto gonfio di superbia, disse fiero l’amico all’amico.
Disarmato, il genitore si alzò è disse: “siamo d’accordo, siamo amici, tutti Bro, anche se io sono tuo padre e tu mio figlio, però, figliolo, ricordati sempre che le tue spiegazioni sono troppo lontane dalla realtà e la comprensione non funziona bene. Non ci capiamo proprio”.
“Mi par di capire papà”, disse il figlio con un sorriso acuto sulle labbra, “che questo non sia altro che l’urlo di un padre un po’ arrabbiato che non sente più granché bene quel che gli dicono le cose proprio nella realtà”.
Quale poteva essere il punto d’incontro perché le parole tornassero ad avere senso?
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