di Emanuela Arabito – Tempo di viaggi, di dimenticare il ritmo frenetico del tempo al lavoro, a casa, in famiglia. Ma un viaggio memorabile che volle invece sfidare il tempo, oltre un secolo fa, rivive in un bellissimo libro (Dove nasce il vento, di Nicola Attadio) e in una pièce teatrale (Il viaggio di Nellie Bly, Magazzini Teatrali).
“Voglio fare il giro del mondo in meno di 80 giorni. Penso di poter battere il record di Phileas Fogg”.
Era il 1889, trent’anni dopo la pubblicazione de “Il giro del mondo in ottanta giorni” di Jules Verne. A tentare di battere Fogg, protagonista di quello che diventò subito uno dei più famosi libri di viaggio, fu l’americana Elizabeth Cochran, 25enne giornalista del “New York World “: non a caso, il giornale di Joseph Pulitzer, il direttore a cui è intitolato uno dei più famosi premi di giornalismo.
Quattro anni prima, si fa già notare da un giornale di Pittsburgh, scrivendo una lettera di protesta contro un articolo intitolato “A COSA SERVONO LE RAGAZZE”, firmandosi A Lonely Orphan Girl (Una Piccola Orfana). Il direttore non pubblica la lettera, ma ne rimane colpito e pubblica un avviso:
“Se l’autrice della comunicazione firmata Lonely orphan girl invierà nome e indirizzo, riceverà informazioni che la riguardano”.
Elisabeth viene subito assunta come reporter, con uno pseudonimo: Nellie Bly.
Impensabile che una donna potesse lavorare in un giornale, firmandosi col proprio nome. E comincia a produrre reportage.


Per documentare le condizioni di vita nel manicomio femminile di Roosevelt Island, si finge pazza. La sua inchiesta fa scalpore e alza il velo sulla situazione drammatica dei pazienti nei reparti psichiatrici. Realtà, nuda e cruda.
Ma al giornale di Pulitzer, il New York World, Elisabeth/Nelly propone di sfidare la fantasia stessa: entrare in competizione con un personaggio non in carne ed ossa, ma inventato di sana pianta, non reale ma immaginario, un viaggiatore inesistente, nato dalla penna di uno scrittore.
E ha in mente un solo obiettivo: battere il record de Il Giro del mondo in 80 giorni inventato da Verne e raccontare il viaggio, tappa dopo tappa, sulle pagine del suo giornale.
Una sfida all’irrealtà, che si concretizza in qualcosa di molto, molto reale. Quando propone la sua idea al direttore, Pulitzer prende tempo e ci pensa su per un anno. Finché – il 12 novembre del 1889 – non le chiede di
partire due giorni dopo, da sola, in un’epoca in cui il viaggio era un affare ancora prevalentemente da uomini.
Nelly ha meno di 48 ore per preparare ciò che le occorre per circa tre mesi di viaggio. Un bagaglio a dir poco “leggero”: un’unica borsa a mano, per agevolare i rapidi spostamenti e ridurre l’ingombro, senza dover chiedere aiuto a nessuno.
Corre da un sarto, cui chiede di confezionarle in cinque ore un abito, che potrà indossare per tutta la durata del viaggio. In borsa mette l’essenziale, “due cappelli, tre velette, un paio di pantofole, un servizio completo di articoli da toeletta, un calamaio, penne, matite e carta copiativa, spille, ago e filo, una vestaglia, una giacca sportiva da tennis, una piccola lampada e una tazza, vari cambi di biancheria, una bella scelta di fazzoletti, ruches e, assolutamente irrinunciabile, un vasetto di crema idratante” ma dimentica, rammaricandosene, la macchina fotografica Kodak, brevettata da G. Eastman qualche anno prima.
Il 14 novembre del 1889 salpa da New York per Londra, a bordo dell’Augusta Victoria per un viaggio di 40.000 chilometri.


Viaggia via nave, treno, risciò, a piedi e a dorso d’asino. Dopo una settimana, approda a Southampton e raggiunge Londra in treno, poi con un’altra nave arriva a Calais. In Francia si concede una tappa, per un invito a cui non può dire di no: Monsieur Jules Verne, venuto a sapere della sua impresa, ha chiesto di incontrarla ad Amiens.
Una “deviazione” che le costa un giorno di ritardo sul tabellino di marcia, senza sosta per riposare. Verne, che la riceve nel suo studio, la trova “giovane, carina e snella come un fiammifero”. Da Amiens, riparte a rotta di collo alla volta di Calais dove prende all’ultimo minuto il treno per l’Italia, destinazione Brindisi, imbarcandosi sul piroscafo Victoria che la porta a Colombo sull’isola di Ceylon (oggi Sri Lanka) e attraversando il canale di Suez, con soste a Port Said in Egitto e a Aden nello Yemen per fare rifornimento.
Arrivata finalmente nello Sri Lanka, deve cambiare piroscafo e attendere la partenza dell’Oriental, diretto ad Hong Kong, cinque giorni più tardi. Fa tappa in Malesia, poi a Singapore. Approda ad Hong Kong in anticipo, rispetto ai suoi piani, ma di nuovo, deve aspettare una settimana prima che arrivi l’Oceanic, la nave per il Giappone. Visita al volo Canton, poi finalmente l’ultima tappa, prima di San Francisco, a Yokohama dove resta 120 ore.
Intanto, negli Stati Uniti, come in Europa, cresce l’attesa, che fa vendere copie ai giornali (quello di Pulitzer, soprattutto):
ce la farà la più famosa giornalista dell’epoca a battere il record inventato da Verne?
Il suo direttore ha un’idea destinata anche ad alzare in modo vertiginoso le vendite. Lancia una lotteria, a cui partecipano più di un milione di lettori:
“Chi indovinerà il momento esatto in cui Nellie rimetterà piede in America?”
E un giornale “rivale” del World ha un’idea altrettanto bizzarra. Una seconda giornalista, Elizabeth Bisland, corrispondente di “Cosmopolitan” parte nella direzione opposta, per tentare anche lei di battere il record di Fogg – e quindi di Bly – viaggiando all’inverso, da Est ad Ovest.

Nellie sfiora la disfatta, prima perché non si trovano i documenti sanitari necessari per lo sbarco in America, poi tempeste di neve bloccano il traffico ferroviario fino a Chicago. Il New York World organizza un treno speciale con una locomotiva e un unico vagone e un secondo treno conduce Nellie a Philadelphia e infine a New York.
Il record è stabilito.
Bly rientra in città fra una folla festante di migliaia di persone in tripudio il 25 gennaio 1890 dopo 72 giorni, 6 ore, 11 minuti e 14 secondi.
L’eroe di carta, Phileas Fogg, viene battuto. Come battuta fu anche Elizabeth Bisland, che viaggiò anche lei, ma dall’altra parte del globo. E arrivò cinque giorni più tardi.





















