a cura di Alessia Liga* – In occasione della Festa della Mamma spesso ci si sofferma sui toni di una celebrazione più commerciale che simbolica. Eppure, questa ricorrenza rappresenta un’opportunità preziosa per riflettere sulla funzione materna come forza generativa che può orientare la speranza collettiva verso il futuro.
La madre è la prima mediatrice tra il bambino e il mondo esterno.


La sua funzione non si esaurisce nella cura o nel nutrimento ma contribuisce a dare forma all’esperienza e a tradurla in senso.
Il compito primario della mamma è di proteggere il bambino dall’angoscia, accompagnandolo gradualmente nell’esperienza del limite, della mancanza e della fragilità.
Gli studi sull’Infant Research hanno evidenziato come la sintonizzazione affettiva con la madre permetta al bambino di interiorizzare una sorta di grammatica delle relazioni.
Quando l’accudimento è sufficientemente stabile e accogliente, vengono poste le basi della fiducia del bambino verso se stesso, gli altri e il mondo.
Al contrario, una funzione materna discontinua o frammentata può tradursi in varie forme di insicurezze e vulnerabilità relazionali.
Questa funzione viene comunque profondamente influenzata dal contesto in cui si sviluppa. In condizioni avverse come nei casi di marginalità sociale, vulnerabilità e forte precarietà, il mandato di cura può essere minato da vissuti persistenti di impotenza ed inadeguatezza.
Ma proprio in questi contesti spesso la maternità rappresenta l’unica identità sociale riconosciuta per una donna. Il rischio è quindi che le criticità del sistema sociale vengano interiorizzate come fallimenti personali e che la madre possa percepirsi intrinsecamente incapace rispetto al proprio ruolo.
Nel caso estremo delle madri detenute, la dinamica si complica ulteriormente: l’impossibilità dell’esercizio quotidiano della cura, il senso di colpa, e lo stigma della “madre deviante” si scontrano con la necessità di mantenere il ruolo materno come unico ancoraggio emotivo e riscatto personale.
In questo quadro, la funzione della pena entra in tensione con il dettato costituzionale. Se l’Articolo 27 della Costituzione sancisce che le pene debbano essere orientate al senso di umanità e alla rieducazione, l’attuale orientamento normativo solleva criticità sul piano della tutela dei diritti.
Le recenti modifiche introdotte dal D.L. n. 92/2024 (noto come Decreto Carceri, convertito in Legge n. 112/2024), che ha riformato la disciplina del differimento dell’esecuzione della pena per le donne incinte e le madri di prole fino a un anno, rischiano infatti di cristallizzare condizioni traumatiche per il nucleo familiare.
Il bambino, seppur senza colpe, può ritrovarsi ad essere precocemente separato dalla madre oppure a crescere all’interno di un contesto detentivo, con possibili ricadute, anche gravi, sul suo sviluppo affettivo e relazionale.
Preservare e accompagnare il legame madre-figlio significa invece investire in una funzione generativa capace di fornire alternative provando ad interrompere il ciclo della devianza.
Non è dunque un atto di puro e semplice assistenzialismo, ma un’azione fondamentale di promozione della salute pubblica e prevenzione del disagio sociale.


Anche nelle situazioni più difficili, lo sguardo di una madre deve poter trasmettere al figlio che la sua vita è un dono.
Perché la speranza, proprio come la funzione materna, altro non è che una costruzione quotidiana di senso.
In questa Festa della Mamma, il nostro pensiero va così a tutte le madri che lottano per restare tali oltre ogni difficoltà, e a tutti i figli che ricordano al mondo che l’unico vero motore di cambiamento non può che essere l’amore.
A mio figlio
Ti ho generato col solo pensiero figlio
e non sei mai sceso nel mio corpo come una buona rugiada.
Però sei diventato un’ape laboriosa, hai fecondato tutto il mio corpo
e a mia volta son diventato tuo figlio, figlio del tuo pensiero.Forse, quando morirò, partorirò tutta la dolcezza che mi hai messo nel primo sguardo
perché figlio, ti ho guardato a lungo, ma non ti ho mai conosciuto.
Figlio, figlio mio sognato, figlio ti ho solo pensato
non sei mai sceso nel corpo come una buona rugiada
ti ho guardato a lungo, ma non ti ho conosciuto mai.Alda Merini, Testamento, Crocetti, Milano 1991
* Psicologa e Specializzanda in Psicologia della salute, Università La Sapienza di Roma.
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