di Marianna Mandato – Siete in vacanza? Ci andrete? Ci siete stati? E cosa pensate sia o sia stata o sarà la vostra vacanza? Chi sa dire per primo cosa si intende per “vacanza”, vince una piccola vacanza in un luogo ancora tutto da esplorare.
Ascolta “E’ possibile una vacanza senza social?” su Spreaker.
Intanto ci trasformiamo in cercatori di senso. Andiamo alla ricerca dei genitori della parola vacanza e del contenuto che essa veicola. Del contenuto che ci comunica nella realtà.


Ebbene, vacanza ha genitori ormai noti al folto pubblico che ci segue da un po’. Si tratta di genitori latini. Vecchi e cari latini, divenuti finalmente amici e non più personaggi da barboso liceo.
I latini usavano dire vacans (dal verbo vacare) per dire che “erano liberi”, che erano “vuoti”. I “vacanti” erano le persone che si erano svuotate di qualcosa e che grazie a questo svuotamento si sentivano libere. Diventavano libere.
Ma svuotate di che cosa? Libere da che cosa? È il caso di indagare un po’.
Come possiamo riempire la “parola palloncino” vacanza per darle forma?
Certamente con
tempo libero, pausa dal lavoro, pausa dall’ordinario, pausa dagli impegni, interruzione dalle solite attività, eccitamento da rilassamento, sorpresa, libertà, anche speranza, scoperta e bellezza, perché no.
Continuiamo. Può dalla parola vacanza derivare un verbo? Non esattamente. Vacanzare non esiste. Però essere in vacanza, o andare in vacanza, sì.
Vuol dire che per concretizzarsi, per diventare reale, la vacanza ha bisogno che noi cambiamo il nostro modo di essere abituale.
Il nostro essere si deve fare vacanziero, deve esistere come vacanziero, come vacante, affinché la vacanza abbia un senso.
Detto in altri termini, dobbiamo svuotarci di tutto ciò che consideriamo ordinario o quotidiano per esistere come vacanzieri. Per essere finalmente liberi dai lacci di qualcosa che ci impegna quotidianamente. Ci prendiamo una pausa dal quotidiano per riempirci di qualcosa di nuovo.
Ma siamo proprio sicuri che in questo preciso momento storico ci svuotiamo proprio di tutto ciò che è quotidiano, per essere finalmente liberi e vuoti in vacanza, al punto tale da poterci riempire di nuove energie?
Abbiamo il sospetto che ci sia un luogo comune quasi a tutti i lettori. È un luogo comune quotidiano che ci impegna spesso proprio come un’attività lavorativa.


Un luogo che non ha una reale consistenza ma che è reale e quotidiano a tutti gli effetti. Che occupa la nostra quotidianità col nostro continuo consenso. Che mostra a tutta la comunità che vive in questo luogo comune i nostri spostamenti, le nostre scelte, i nostri gusti, i nostri vissuti, anche personali e intimi, i nostri pensieri.
È un quotidiano che si intreccia con quello reale e abituale, lavorativo, familiare, amicale ma che si maschera da qualcosa che quotidiano non è. Tanto da non poterne fare a meno neanche in vacanza.


Si tratta dei ben noti social. Quella realtà che permea ogni nostro vissuto e del quale non possiamo fare a meno se non con grande sforzo. Al punto che se facessimo una pausa dai social sarebbe come fare una vacanza da noi stessi. Dal mondo intero. Come eremiti non più visibili.
Ma senza svuotarci anche dei social, ci siamo svuotati veramente? Siamo stati veramente in grado di diventare vacanti? Abbiamo creato quello spazio necessario per riempirci di nuovo, ossia nuovamente (con nuova – mente) e con sufficienti novità?


Per quale ragione capita di voler “staccare” – come si dice spesso – dalla realtà di tutti i giorni, dal lavoro, dagli impegni, dalle attività quotidiane ma non dalla realtà quotidiana dei social?
Cerchiamo di capire.
Che cosa significa social? Quali sono i genitori di questa parola?
Facile, i suoi genitori sono ancora i latini col loro socialem, derivante a sua volta da socius. Quella terminazione -alem, indica l’appartenenza o la dipendenza dei soci fra loro e nella società stessa (che ha la stessa radice).
Insomma,
sociali sono i soci di una comunità, che condividono informazioni ed esperienze.
Nel caso dei social, non si tratta di una condivisione immediata in una società reale ma in una società virtuale che vive in quella cosa che comunemente viene definita rete.


Nella rete, costruiamo un “noi ideale” che, evidentemente, percepiamo libero e autentico più che nella realtà stessa. Vivere lì dentro ci fa sentire in qualche maniera già vacanti e soddisfatti.
Non abbiamo bisogno di allontanarci né di svuotarci dai social perché, pur essendo impegnativi e quotidiani, ci fanno sentire appagati. E vogliamo che gli altri membri della comunità virtuale continuino a vederci, tendenzialmente senza pause.
Verrebbe quasi da dire che
i social sono la rete nella quale siamo caduti e dove mostriamo finalmente quello che vogliamo gli altri vedano e sappiano di noi.
Ma siamo proprio sicuri che quei social non siano invece il nostro luogo comune, dove ritrovarsi tutti insieme, immersi in tanti luoghi comuni senza più la capacità di essere veramente liberi e vuoti?
È probabile che, per riempirsi di nuovo e recuperare energie in quel periodo che chiamiamo vacanza, occorrerebbe invece fare il vuoto, svuotarci anche del quotidiano dei social, oltre che del quotidiano reale.
Quanto meno allontanarsene un pochino per capire cosa accade senza di loro. Potrebbe essere una scoperta.


Non scordiamoci che si chiama rete anche quella cosa che finisce per fare di un branco di pesci ignari e felici una bella fritturina mista.
Che certamente sarà in grado di allietare le vacanze di tantissimi vacanzieri.
A noi, non resta che che augurare una buona vacanza a tutti.


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