di Deanna Lee – Lo spazio di Coloriage, nel cuore di Trastevere, è ormai un punto di riferimento nei circoli della moda e della cultura romana.
Nel giorno della visita di B-Hop, un noto attore del grande schermo era tra quelli che provavano dei bomber della nuova collezione.


Ciò che rende speciale l’impresa di sartoria sociale Coloriage è che i suoi capi artigianali, dichiaratamente multiculturali, fanno parte di un modello circolare integrato che inizia con una scuola di moda gratuita, dove rifugiati, richiedenti asilo e migranti affinano le proprie competenze per lavorare nel mercato italiano.


“Colmiamo una lacuna istituzionale, perché non esisteva una formazione professionale di questo livello per rifugiati e migranti”,
spiega la founder Valeria Kone.
Ernest Alulu ha lavorato come sarto in Nigeria per 20 anni prima di arrivare in Italia nove anni fa. “Avevo tanta passione per la sartoria e non volevo buttare via tutto ciò che avevo imparato in Nigeria”, racconta. “Così, quando ha sentito parlare della scuola di moda di Coloriage in un centro per rifugiati, ho colto subito l’occasione.”
Il bisogno è grande: la Scuola di Moda Gratuita riceve il quadruplo delle richieste che può accettare. Gli studenti vengono selezionati per competenze, potenziale creativo e impegno, con un’attenzione speciale alle donne che affrontano ostacoli particolari.
Sirin è fuggita dal Bangladesh da sola; grazie al lavoro stabile tramite Coloriage, ora può portare suo figlio in Italia.


Oltre a imparare modellistica e l’uso di macchinari industriali non diffusi nei paesi d’origine, gli studenti ricevono lezioni di lingua italiana specifiche per il settore, per l’integrazione lavorativa in Italia. Ma Valeria sottolinea, “non è solo un insegnamento. Valorizziamo anche le loro tecniche; è inclusiva anche cosi.
“Ci basiamo sull’idea che la moda possa essere uno strumento di giustizia sociale: non solo produzione e consumo, ma un linguaggio universale capace di collegare culture e generare cambiamento”.
Incarnando questo principio, gli abiti Coloriage sono reversibili: pregiati tessuti naturali provenienti dall’Africa occidentale da un lato, e “dead stock” inutilizzato dei marchi di alta moda del Nord dall’altro.
Ogni capo finito, dicono i sarti, racconta una storia di integrazione, sostenibilità, bellezza… e unicità.


Dopo aver conseguito un dottorato in filosofia, Valeria ha deciso di impegnarsi contro il fast fashion. È il lato africano dei capi, dice, “che dà davvero un’idea della differenza nel mondo dello slow fashion. Questi sono filati a mano, uno per uno”. I tessuti tradizionali tessuti e tinti a mano dell’Africa occidentale vengono selezionati con cura nei mercati locali, con due centri tessili supervisionati da Coloriage.


Molti di questi tessuti sono “tessuti curativi”, spiega Valeria, cittadina italo-maliana: la tradizione tessile del Mali “utilizza
piante antibiotiche e antibatteriche, tessuti nati per curare e proteggere”.
Indica i coloranti utilizzati per curare le ferite dei cacciatori… il disegno a pois realizzato a mano che rappresenta le piume della faraona, simbolo di pace e prosperità domestica… e un tessuto con disegno a quadri che evoca le scatole in cui vengono conservati gli oggetti preziosi.


In linea con questa filosofia di cura e rinnovamento, il modello circolare di Coloriage va oltre la produzione: i proventi di ogni capo venduto vengono reinvestiti nella cooperativa, che finanzia la Scuola di Moda Gratuita. L’eccellenza artistica dei suoi diplomati si riflette nelle carriere in corso degli ex studenti: uno ha attivato uno stage da Valentino, uno da Louis Vuitton. Altri, come Ernest, sono diventati impiegati da Coloriage. A loro volta restituiscono quanto ricevuto attraverso tutoraggi e sostegno ai compagni.
Da due anni consecutivi, il successo del modello è valso a Coloriage il riconoscimento “Welcome” dell’UNHCR – Agenzia ONU per i Rifugiati, per la promozione dell’integrazione dei rifugiati. Per Valeria, questo rafforza una missione più ampia: ripensare in chiave contemporanea il Made in Italy –
“salvaguardare il futuro della tradizione artigianale italiana come impresa multiculturale”.
Questo impegno va oltre l’esclusività delle creazioni di moda, che sono stati usati in performance artistiche e film come Siccità di Paolo Virzì per la loro bellezza e il simbolismo culturale. Significa anche operare come un’impresa sociale capace di cambiare le percezioni sbagliate sui migranti. Durante il Covid, Coloriage è stata ampiamente citata per l’iniziativa Su la maschera, che prevedeva la produzione di mascherine artigianali in collaborazione con il Municipio I di Roma, donate e distribuite a chi non poteva permettersele.


“È stato l’opposto di ciò che di solito si legge sui giornali”, ricorda Valeria.
“Invece di migranti che tolgono il lavoro agli italiani, erano migranti che aiutavano gli italiani in difficoltà”.


Questo slancio ha trovato un’eco profonda tra le nuove generazioni. Colpita dal “movimento di moda sociale” scoperto a Coloriage, la studentessa americana Virginia Kate Brandt è tornata l’anno successivo per uno stage. I sarti come Ernest, dice Virginia, “sono incredibili perché hanno tanta esperienza, e vedere che il loro artigianato viaggia in diversi luoghi del mondo mi fa sorridere. È un piccolo brand, ma ha un grande impatto sulla vita delle persone e supera i confini”.


Ernest, dal canto suo, è grato per un luogo che valorizza il suo mestiere e gli permette di far parte di un’impresa multiculturale, “un luogo in cui si fondono modelli africani e occidentali. Questo dimostra che, bianchi o neri che siamo, siamo tutti uguali. Bianco e nero sono uno”.
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