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Il borgo Elva in Piemonte diventa laboratorio di rinascita per i paesi di montagna

AlternaVita è un progetto che vuole riportare la vita nei piccoli borghi italiani e diventare modello replicabile in tutta la penisola. Un nuovo concetto di abitare la montagna e di creare sinergia fra residenti, nuovi abitanti e natura

di Erika Mattio
15 Ottobre 2025
in Buenvivir
Tempo di Lettura: 4 mins read
46 3
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Elva e le sue montagne. Colle dell'Agnello, foto Erika Mattio

Elva e le sue montagne. Colle dell'Agnello, foto Erika Mattio

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di Erika Mattio – Tra le vette della Val Maira, in Piemonte, il comune di Elva – famoso per il museo delle parrucche e per la tradizione occitana – sta vivendo una rinascita che va oltre le sue pietre antiche e i vicoli silenziosi.

Qui, dove l’abbandono sembrava segnare la fine di una comunità, oggi prende forma AlternaVita, un progetto che vuole riportare la vita nei piccoli borghi italiani e diventare modello replicabile in tutta la penisola.

Elva, il paese che non si arrende

La storia di Elva racconta di un’Italia minore che non vuole scomparire. “Con AlternaVita non cercavamo di vendere muri vuoti, ma di costruire legami e nuove possibilità di vita”, spiega a B-Hop Vanni Treu, promotore dell’iniziativa.

Il progetto, inserito nel piano “Riabitare Elva e le terre alte”, sostenuto da fondi PNRR, promossa dal Comune di Elva e dall’Agenzia di Sviluppo Locale AFP Dronero, con il supporto del Centro Studi Cultura e Territorio – APS e della Fondazione CRC, punta a creare una comunità viva: famiglie, giovani, professionisti che scelgono la montagna come luogo di lavoro e di crescita personale.

“Il progetto vuole cominciare dalla comunità locale per migliorare la qualità di vita dei residenti e per risolvere i problemi attuali che attanagliano i nostri comuni, che siano realtà montane, marittime o collinari

– continua Treu – Costruendo una ‘Vision sul futuro dei luoghi’ si cerca di creare nuovi strumenti per migliorare la vita di queste realtà: abbiamo iniziato dalle montagne piemontesi. Per molti giovani, trovare un lavoro a tempo indeterminato, fare famiglia e comprare casa è un’utopia: con questo progetto, si garantisce un contributo per la gestione della casa e per ripopolare le valli. Il ‘bene casa’ diventa un diritto e da questo elemento si crea un effetto volano per creare nuovi posti di lavoro, incentivare i giovani a rimanere in montagna e dare nuova linfa a queste aree”.

Le prime 12 famiglie, italiane e straniere, hanno già varcato le soglie delle case montane rimesse a nuovo. Tra loro c’è Silvia, che con marito e figli ha deciso di lasciare la città:

“Sognavamo un futuro diverso per i nostri bambini. Qui abbiamo trovato natura, tempo e una comunità che ci sostiene.

Non è sempre facile, ma ogni giorno ci sentiamo parte di qualcosa che cresce insieme a noi. Insieme ad altre famiglie e al gruppo AlternaVita stiamo trovando soluzioni pratiche per garantire una miglioria sugli spostamenti e sui rifornimenti, per il nostro futuro e quello dei nostri figli”.

Elva in uno scatto. Foto Vanni Treu
Elva in uno scatto. Foto Vanni Treu

La montagna che diventa comunità

A Elva il cambiamento non è solo edilizio ma sociale. La montagna si trasforma in laboratorio di innovazione sociale, senza perdere la memoria del passato. Stanno nascendo progetti per agevolare gli abitanti per creare car sharing, app per gestire la viabilità stradale al fine di realizzare una rete fra cittadini e negozianti.

Luca, maestro di sci originario del borgo, è tornato a vivere stabilmente in paese:

“Per me Elva è casa, ma per anni ho visto solo serrande abbassate. Oggi rivedo ragazzi in piazza, famiglie nuove, bambini che corrono. È un’emozione che ripaga gli sforzi di chi non ha mai smesso di credere che qui ci fosse futuro”.

Elva non è un caso isolato: in Piemonte esperienze simili hanno ridato vita a Melle, in Valle Varaita, grazie all’albergo diffuso del team Antagonisti, mentre in Trentino i progetti di cohousing hanno riportato giovani artigiani nelle Valli di Sole e di Valsugana. Nel Sud Italia, realtà come Grottole (Matera), San Marco D’Alunzio (Messina) e Biccari (Foggia) stanno sperimentando forme di ospitalità diffusa e case a un euro, con l’obiettivo di trasformare borghi fantasma in comunità accoglienti.

“Quello che stiamo facendo a Elva – sottolinea ancora Treu – non vuole restare un’eccezione. Vogliamo che diventi un modello per tanti altri comuni, dal Nord al Sud. Ripopolare significa costruire un futuro sostenibile, fatto di relazioni, servizi e visione a lungo termine”.

Dal silenzio alla rinascita di Elva

I segnali sono incoraggianti: le istituzioni regionali hanno approvato fondi per infrastrutture digitali e micro-servizi, mentre la piattaforma Alternavita.it continua a ricevere candidature da famiglie desiderose di ripartire da un borgo. Il sindaco di Elva, Giulio Rinaudo, ha aggiunto: “Accogliere nuovi abitanti significa guardare al futuro con coraggio e questo è l’obiettivo del nostro progetto. Il futuro implica nuovi posti di lavoro, la nascita di giovani famiglie e una miglior vita per le nostre montagne”.

Così, mentre in Italia si parla spesso di spopolamento e partenze, Elva racconta un’altra storia: quella dei ritorni. Ritorni alle radici, alla lentezza, alla comunità. Una storia che diventa ispirazione per chi sogna di trasformare i borghi italiani da luoghi dimenticati a cuori pulsanti di vita.

“Qui non è solo una questione di case – aggiunge Treu – ma di persone. E se le persone ci credono, un borgo può rinascere davvero e bisogna far emergere le relazioni”.


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Erika Mattio

Erika Mattio

Antropologa, archeologa e scrittrice. Nata nel 1989 nelle vallate cuneesi, mi sono trasferita per lavoro nella laguna veneziana, dove, fra moeche e barche a remi mi occupo di scavi archeologici e giornalismo. Ho studiato in Iran e mi sono dottorata a Madrid. La scrittura è il mezzo per unire ciò che la geografia separa. Raccolgo storie e suoni da porti, deserti, discariche e città invisibili. Mi muovo tra scavi archeologici e rotte contemporanee, inseguendo le tracce dell’umano tra passato e presente. Il mio sguardo è etnografico, il mio passo lento, il mio taccuino sempre aperto. Scrivo su B-Hop perché credo in un giornalismo che scava, ascolta e restituisce complessità con cura.

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