di Vincenzo Sorrentino – A giugno inizierà il 23° Campionato Mondiale di Calcio che si giocherà in America del Nord, con partite distribuite tra Canada, USA e Messico, al quale per la prima volta parteciperanno ben 48 squadre, rispetto alle 32 dei tornei precedenti, tra le quali per la terza volta consecutiva non ci sarà l’Italia che pure, nel passato, lo ha vinto per ben quattro volte.


Il campionato mondiale di calcio è stato ideato nel 1930 dall’allora presidente della FIFA Jules Rimet, e da allora si è tenuto ogni quattro anni, eccezion fatta per l’interruzione bellica per cui le previste edizioni del 1942 e del 1946 non ebbero luogo.
In realtà rispetto a questa, che è la storia ufficiale del torneo, c’è una leggenda, che poi tanto leggenda non è, che oltre alle 23 edizioni ufficiali, organizzate e riconosciute dalla FIFA, ci sia stato anche un ulteriore campionato mondiale tenutosi nel 1942 in Patagonia, in particolare nella Patagonia Argentina.


Si è trattato, però, di un Mondiale particolare, senza sponsor, giornalisti, riprese televisive e tutti gli ammennicoli che normalmente caratterizzano manifestazioni di questo tipo.
Si è giocato nella Patagonia Argentina, una terra molto distante dagli scenari della seconda guerra mondiale, in cui, proprio per questo, si erano rifugiati tanti pacifisti europei, in particolare anarchici e comunisti, ma in cui erano confluiti anche tanti operai di varia provenienza, compreso indigeni mapuches e guaranì, per lavorare alla costruzione della diga di Barga del Medio in Argentina e della strada di Villaricca in Cile, oltre a molti operai tedeschi impegnati nella installazione della prima linea telefonica dal Pacifico all’Atlantico.


Un racconto molto dettagliato e divertente di questo mondiale lo si trova in un libro di Osvaldo Soriano, famoso scrittore argentino che in gioventù ha anche giocato a calcio ad alti livelli, che raccoglie oltre una ventina di storie di calcio, di quello bello e poetico che tutti rimpiangiamo.
Tra queste c’è appunto la storia del “mondiale dimenticato” in cui si racconta di come sia nata l’idea del torneo ed il suo svolgimento.
Pare che tutto sia nato dall’inatteso arrivo di un pallone, proveniente dalla Germania, che fece nascere il desiderio di una sfida, lanciata dall’ingegnere argentino Caledonio Sosa in cui si cimentarono operai sfiniti da massacranti turni di lavoro, ma anche ubriaconi e vagabondi che si erano recati in quella zona alla ricerca dell’oro.
Nessuno conosceva o ricordava esattamente le regole del gioco, né la durata delle partite e le dimensioni del campo di calcio, per cui questa e i successivi incontri “amichevoli” duravano intere serate, in campi di dimensioni molto variabili, con porte larghe 10 metri ed alte 2, con le uniche regole di essere in 11 per squadra e di non poter toccare il pallone con le mani e colpire alla testa i giocatori caduti.
Da qui l’idea, dopo alcuni mesi, di organizzare un vero e proprio torneo aperto a tutte le nazionalità presenti che, però, incontrava lo scetticismo degli italiani che non volevano mettere in gioco il titolo conquistato quattro anni prima, soprattutto per timore di rappresaglie da parte del governo fascista in caso di sconfitta se si fosse saputo in Italia.
Pare che un ruolo determinante nel convincere gli italiani a partecipare al torneo lo abbia avuto un anarchico genovese, che si chiamava Mancini, che convinse il caposquadra Casciolo a superare i suoi dubbi.


La notizia che l’Italia accettava di mettere in palio la coppa girò rapidamente tra tutte le impalcature dei diversi cantieri ed in breve tempo si organizzarono le diverse squadre, Germania, Argentina, Spagna, Cile, ma anche Mapuches, Guaranì, una squadra di preti ed operai polacchi. I francesi non arrivavano ad 11 per cui chiesero l’autorizzazione ad inserire 3 pescatori cileni.
I campi di gioco furono facilmente costruiti abbattendo con il machete la vegetazione presente in aree abbandonate ed il sorteggio fu fatto con il metodo della paglia più corta.
L’ arbitro fu William Brett Cassidy, figlio del famoso bandito Butch Cassidy che, per ottenere il rispetto dei giocatori, arbitrava con la pistole e sparava un colpo in aria ad ogni interruzione di gioco. Due guaranì che avevano discusso alcune sue decisioni furono feriti a colpi di pistola. In effetti alcune decisioni arbitrali erano veramente opinabili, come quella di assegnare 3 rigori alla Germania, in una sfida importante contro l’Italia, quando si accorse che i difensori italiani usavano il peperoncino per tenere lontani gli attaccanti avversari.
I gironi di qualificazione decretarono le 3 squadre che si sarebbero giocate il titolo: Italia, Germania e Mapuches.
L’Italia fu sconfitta dalla Germania, nella già citata partita dei 3 rigori, uno dei quali calciato da un timido ingegnere prussiano che aveva giocato tutta la partita recitando l’Ecclesiaste. La finale, quindi, fu tra Germania e Mapuches con questi ultimi che fecero venire a sostenerli delle loro tifose a seno nudo per distrarre gli avversari.
La finale fu molto movimentata, anche per il sopraggiungere di un forte acquazzone che portò alla sospensione della partita. Alla ripresa, ben oltre la mezzanotte, si accorsero che erano sparite le porte per cui l’inflessibile arbitro assegnò 6 rigori ai tedeschi per punire i Mapuches che riteneva responsabili della sparizione.
Rigori che non si poterono battere proprio per la mancanza delle porte.
Nel finale convulso, alle prime luci dell’alba, sopraggiunse una comunicazione radio del Führer che ovviamente indusse tutti i tedeschi ad abbandonare il campo di gioco, ed un gol dei Mapuches, nelle porte miracolosamente riapparse, di cui non si saprà mai se sia stato convalidato.


Da questa vicenda è stato anche tratto un film intitolato appunto “Il Mondiale dimenticato” scritto e diretto da Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni. Il film è stato presentato al Festival di Venezia e in altri festival italiani e internazionali ed è stato premiato come miglior documentario internazionale alla Mostra Internacional de Cinema de São Paulo. In Italia ha avuto una distribuzione limitata e a Roma è stato proiettato al Nuovo Sacher, il cinema di Nanni Moretti.
Il film è di fatto un falso documentario in cui appaiono anche improbabili album di figurine delle diverse squadre, nonché interviste a calciatori veri, tra cui Roberto Baggio e Gary Lineker, che ricordano e commentano le gesta e gli eventi di quel mondiale.
Comunque, al di là di quanto ci sia di vero e quanto di leggenda, è bello immaginare che
mentre in Europa e nel mondo gli eserciti si sparavano, in una lontana landa della Patagonia le rispettive squadre di calcio si affrontavano con spirito amichevole
a conferma della verità di una frase attribuita a Papa Woityla secondo cui “di tutte le cose non importanti, il calcio è la più importante”.
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