di Agnese Malatesta – E’ un gran parlare di geopolitica. I cosiddetti grandi del mondo, i potenti nemici di diritti e di vita, pontificano sui sistemi di politica internazionale per il solo gusto poi di controllare e manovrare. E se invece provassimo a cambiare prospettiva? Se ci rivolgessimo alle parole? Se, insomma, provassimo ad inventarci una mappatura della geo-poetica seguendo le rotte della letteratura?
Non è un’ipotesi così temeraria e l’ha immaginata uno scrittore e saggista, Giuseppe Varone. Tra i suoi ultimi libri il romanzo “La gentilezza“, ed. Sampognaro & Pupi, 2024.


“Se la pittura interpreta, la fotografia fissa, il cinema racconta, la letteratura nomina.
Non nomina solo persone sotto forme di personaggi – afferma lo scrittore a B-Hop magazine – ma anche cose e luoghi. Disegna strade e definisce traiettorie su una carta geografica immaginifica. Un atlante leggibile ma magico, coincidente con quello geografico solo in alcuni punti”.
Sarebbe un “atlante rappresentato dalla parola poetica. Luoghi, cose e persone appaiono più veri, o semplicemente veri se inesistenti, molto più di quanto non siano stati o non lo siano nella realtà. Veri perché esistono, al di là della cronaca. Esistono perché dotati di senso. Le strade, le acque, le azioni acquistano senso quando sono fatti di parole. Quando si intraprende un viaggio in esse, si arriva in luoghi conosciuti dove non siamo mai stati, oppure si ritorna là dove nessuno è mai arrivato”.
Appaiono idee eteree, lontane da ogni concretezza. Imputabili magari di idealismo puramente sognante, fuori dal mondo. Ma non è così. Varone si sofferma sull’attualità a conferma che un’alternativa alla distruzione umana è possibile: “L’attuale presidenza statunitense, per esempio, non si basa su un fondamento clinico di follia, è piuttosto un piano geopolitico, un atto di forza. Come gli USA altre Nazioni, altri popoli, vivono una tradizione, un passato che altera il loro presente, sempre nell’attesa di un futuro considerato migliore. Ma cosa c’è tra Oriente e Occidente? Ci sono persone e culture che vivono. Quando queste vengono meno compaiono o comunque emergono i nazionalismi, come segno di decadenza, di regressione”.
Ecco perché – prosegue lo scrittore – “quando è vivo il tessuto umano e culturale, come nelle trame segnate dalle piazze, di Venezia o Madrid, dalle biblioteche, di Pistoia o Copenaghen, nei musei, di Reggio Calabria o Istanbul, il principio che emerge è quello dell’umanità. La poesia, o meglio, con Paul Valery, la poetica, vale a dire il prodotto dello spirito, unisce. E in quel principio spirituale e duraturo si solidificano i dialoghi, i rapporti anche fra Stati”.
C’è quindi una concretezza, seppure non monetizzabile immediatamente, che rimanda alla qualità della vita delle persone e delle comunità. Lo spiega ancora lo stesso Varone.
“Vivere il mondo attraverso la poesia, nel senso del poetico che vi può essere in ogni fare creativo e intellettuale, significa abitare regioni morali.
Con Camus, Pamuk, Duras, Hockney, Smith, tanto per fare qualche nome, ci rendiamo conto che è di mondo che ci nutriamo. Quello stesso mondo diviso con essi si ricompone.


Mentre le squille del quotidiano azzerano la speranza, nei romanzi, nelle poesie, nei film, ci si rende conto che una parte di umanità è unita, unisce, influenza e si mescola”.
Perché – sottolinea Varone – la “poesia è un ponte”, esiste “l’emozione dell’incontro. Si va in un borgo toscano e si ritrova una giovane comunità in procinto di formarsi all’arte, sul modello di quella italiana, da praticare nelle grinfie del sistema statunitense. Si va all’Accademia di Francia di Roma e ci si ritrova dinanzi alle prodezze di un giovanissimo artista cinese. Si va in Bretagna a presentare un libro e si conosce un artista francese che ha deciso di vivere in Italia. Questo accade sempre, da sempre, e riguarda le città del mondo. Ma non si tratta solo di un viaggiare fisico, poiché ciò che lo rende ancora più forte e vivo è il transito immaginario, come solo la lettura riesce a restituire”.
“Tutto ciò andrebbe raccontato e riconosciuto, a fianco della cronaca, e farlo è una questione di punti di vista, di capacità di vedere. Da qui la rivelazione di una comunità che si riconosce per mezzo di ciò che riconoscibile non è: la poesia. E’ uno sguardo alternativo. Una mappatura geo-poetica in grado di evocare la vicinanza di persone, che insieme, agendo, creano una cultura della condivisione. Se al nascere del giorno e al suo tramonto – conclude lo scrittore – le persone potessero godere di un racconto di vicinanze riguardanti le emozioni e azioni creative, anziché assistere inermi a scenari di rottura, economie e distruzione, forse potrebbero sentirsi veramente comunità. Una comunità appartenente a un territorio da provare a disegnare su una mappa geo-poetica”.
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