di Kenji Albani – Ormai da anni, chi bazzica le edicole per comprare i libri delle collane da edicola della casa editrice Mondadori conosce Andrea Franco, oppure ha inconsapevolmente letto qualcosa di lui quando ha adottato uno pseudonimo.
Andrea Franco è un reduce con esperienza, sa cosa significa scrivere, ma soprattutto sa cosa significa faticare. E lui fatica, e fa sacrifici, per qualcosa che gli piace veramente. La scrittura e non solo. Signore e signori, un reduce della scrittura.


Cosa ci racconti di te?
Nato in un freddo (presumo) gennaio del 1977, da oltre trent’anni mi occupo prevalentemente di due cose: musica e scrittura. Scrivo da sempre (in prima battuta canzoncine da bambino, poi racconti, romanzi…), suono (il pianoforte) da sempre. Ho iniziato a lavorare a sedici anni, mentre andavo ancora a scuola: serate di pianobar, serenate, matrimoni, serate danzanti (liscio e latino-americano), accumulando circa settecento eventi di musica dal vivo. Poi ho avvicinato alla musica (che si affiancava alla scrittura, ancora amatoriale) altri lavori, quelli che molti definivano i lavori seri: impiegato (e manager), ristoratore.
Le prime pubblicazioni?
(Perlopiù partecipazioni ad antologie) risalgono ai primi anni duemila. Nel tempo ho spaziato nella narrativa di genere arrivando a vincere il Premio Tedeschi nel 2013 con il romanzo L’odore del peccato, poi ripubblicato nell’edizione Oscar Gialli Mondadori. Ora sto scrivendo il settimo romanzo della serie El Asesino, per Segretissimo Mondadori, ma il mio attuale profilo autoriale mi sta portando verso altri lidi. Il mio nuovo romanzo mainstream è nelle mani di molti editori, quindi sono in paziente attesa. Come molti altri scrittori, presumo.


Lavoro tutto il giorno con le parole: teatro, copy/content writing (per molte aziende, ma soprattutto sono orgoglioso di collaborare con CREI nel mondo della cultura sorda), ghostwriting, editing, corsi di scrittura, editore (da un anno è nata la mia casa editrice OperaNarrativa).


Cosa fai nel tempo libero?
Mi occupo di whisky (professionalmente, possiamo dire che è un altro dei mie lavori), suono il pianoforte, gioco a padel, leggo, degusto vino, coccolo i miei gatti, colleziono monete e vecchie macchine da scrivere. Sono un grande appassionato di Opera lirica, che ascolto quasi ogni giorno, Puccini su tutti. Amo Modigliani, andare in giro per eventi letterari, giocare a Dungeons & Dragons con i miei amici di una vita. Tifo Sinner e il mio cuore è rosso Ferrari. Enzo è il mio Dio, la Rossa la mia religione. Ateo, onnivoro. Altro di me non vi saprei dire… per citare un’opera che amo. No, non vi dico quale, siate curiosi, andate a cercare.
Sei uno scrittore di genere, ma vuoi passare alla narrativa mainstream. Perché?
Preferisco definirmi uno scrittore. Punto. Senza altre definizioni. Poi può capitare che spazi nel genere (giallo, thriller, fantascienza, fantasy, horror) o che mi dedichi alla narrativa non di genere, che tra l’altro in passato ho già affrontato. Diciamo che
in questo momento sento di dover raccontare un’altra parte di me, altre storie che sento di dover fare uscire.
E mi occorre un mezzo diverso. Non migliore, non peggiore, differente. E continuo a essere un lettore onnivoro. Di tutti i generi che ho elencato, ma anche di saggistica.
Hai vinto il Premio Tedeschi e pubblichi con le collane da edicola Mondadori. Qual è il segreto?
Perseveranza, studio, molte letture a tema, ho lavorato molto sulla tecnica e sullo stile. E poi, ci vuole, un pizzico di fortuna.
Il romanzo giusto al momento giusto, ma anche farsi trovare pronti, perché quando l’occasione passa, tu devi essere lì, pronto a coglierla.
Ho iniziato a pubblicare in Mondadori con Sergio Alan D. Altieri, e ho proseguito grazie a Franco Forte, che ha sempre sostenuto la mia scrittura, anche quando era ancora acerba. Con Mondadori ho all’attivo dieci romanzi, se conto bene, nei gialli (in edicola e in libreria – Oscar Gialli – con monsignor Verzi e con un romanzo su Jeffrey Dahmer, e in Segretissimo con la serie El Asesino.
In sostanza, lavoro tanto, tutti i giorni.
Passiamo ad altro, cosa pensi della società di oggi? Abbiamo il diritto alla felicità?
Guarda, felicità forse è una parola grossa, presuppone tante, troppe cose. Ma serenità sì, quella dovremmo averla tutti, al netto degli imprevisti della vita. Dovremmo poter vivere in un mondo che ci garantisce di poter stare bene, in modo normale. Ma forse è davvero tutto troppo complesso per poter sperare in questo. Quello che credo è che
tutti noi possiamo fare di più, per aiutare qualcun altro. Partire dal basso, non solo attendere che qualcuno lassù (governo, non Dio, sono ateo) faccia le cose per noi.
Perché chi ci amministra nasce da quello che siamo noi. Dovremmo lamentarci meno e fare di più. Ma ripeto, a chiacchiere so’ tutti boni, come diremmo a Roma.
E riguardo il tema scottante del bullismo che cosa ne pensi?
Altro argomento spinoso. Ho una mia idea sul bullismo che non è facile riassumere. Il bullismo non è una bella cosa. Tuttavia, sono stato un bullo, sono stato bullizzato (non in quest’ordine). In modo poco invasivo, premetto. Ho visto questo mondo da tutte e due le parti. I ragazzi quando crescono si misurano tra di loro e una neutralità assoluta non può esserci. Ci sono due aspetti che nel mio ragionamento non riesco ancora a far conciliare. Uno. Il bullismo va condannato. Due. Il bullismo mi ha fatto crescere, maturare. Ma qual è il confine da osservare? Dove intervenire, come muoversi. Non ho risposte e penso che risposte corrette non ci siano. Senza un po’ di arroganza verso di me da parte di chi era un po’ più scaltro, più cafone, più stronzo, diciamolo, non avrei imparato a tirare su la testa. Se qualcuno dall’esterno mi avesse difeso in modo troppo evidente forse non sarei stato bullizzato (lo ripeto, parlo di scemenze tra ragazzi, non cose serie), ma probabilmente non avrei costruito la forza che ho oggi.
Qual è la soluzione?
Non lo so. Sono contento di chi sono oggi, ma potevo reagire in modo diverso. Non è successo. Nel mondo ci sarà sempre il più forte e il più debole e forse certi meccanismi dobbiamo iniziare a capirli da adolescenti, con tutti i rischi che comporta. L’alternativa potrebbe essere quella di non saper maturare. È chiaro, se parliamo di bullismo estremo, violento, malato, allora lì dico stop, è da fermare all’istante, da punire, da cancellare. Quello che voglio dire, è che ci sono tante sfumature. E non va giudicato tutto allo stesso modo, perché i ragazzi devono anche essere lasciati liberi di sbagliare, di affrontarsi, di scontrarsi. Di vincere e di perdere. Il problema è uno: dove porre il confine di questa libertà? Boh.





















