di Daniele Poto – Il conflitto in presa diretta. Dal porto di Genova con il focus puntato su una delle avanguardie resistenti più combattive del Paese.
Non è una battaglia solo sindacale quella che intraprendono i lavoratori portuali (i cosiddetti camalli) del più importante porto italiano.
Nel pregevole documentario Portuali di Perla Sardella, inserito doverosamente nel cartellone del MedFilm Festival 2025, si registra il distacco di questa ala dissidente dalla triplice del sindacato e in particolare la rottura del consolidato rapporto storico con la Cgil, vista come alleata dei padroni.

In effetti è una separazione dolorosa ma inevitabile che si omogeneizza a livello nazionale solo constatando il gap negativo tra l’incedere dell’inflazione e l’immobilità degli stipendi.
La frangia protagonista di Portuali confluisce nell’Usb (Unione Sindacale di Base). Si è scritto giustamente che gli 83 minuti di questa presa di coscienza piacerebbero a Ken Loach – attraverso un plot da fiction – ma anche ai fratelli Dardenne.
Perché il docufilm trasmette una tensione per la quale non si può non solidarizzare. Fa vedere come semplici e umili lavoratori possano diventare valenti sindacalisti quando un filo rosso di pensiero comune si stabilisce tra colleghi.
Discutendo di ferie, di scioperi, del decreto sicurezza, si arriva al punctum centrale dell’opera, un momento che ne riassume il climax: il deciso “no” allo smistamento di armi belliche nel segno del diritto alla pace.
“Se nel nostro lavoro per il bene della logistica dobbiamo scaricare armi da guerra che uccidono le persone è come se fossimo noi stessi a far partire un missile distruttivo. Per questo ci rifiutiamo di farlo. Non saremo né filiera né ingranaggio dell’industria bellica”.
Un esempio che è stato seguito anche in altri porti e non solo in Italia.
Ovviamente la volontà di blocco si scontra con gli interessi del capitale e con la stessa mission dello Stato Italiano. Transitano armi di nazioni straniere, ma anche il nostro PIL è mosso dagli investimenti di Leonardo. E il porto di Genova è un crocevia importante di questi traffici.
Perla Sardella, la regista, che ha pazientemente cucito il puzzle dal 2021 al 2024, facendo i conti con la pausa del lockdown, ci aiuta a decifrare il disagio con le didascalie che sono l’interpunzione dell’azione del Calp (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali).


Significativa quella finale, presa dal testo di una canzone di Luigi Tenco.
Il tentativo è quello di creare un fronte comune di azione con gli altri porti nevralgici per la logistica (Trieste, Livorno) in un momento di generale arretramento della working class.
Incredibilmente alcuni di questi sindacalisti sono andati a processo con l’imputazione di associazione a delinquere, accusa poi archiviata.
E non sono passati inosservati al mondo se di loro si è interessato anche Papa Francesco e il Parlamento europeo, che li ha convocati per un’audizione.
C’è poi un tema a latere che riguarda uno di loro, Bruno Rossi. Si ricorda il femminicidio della figlia Martina, morta per sfuggire a una violenza carnale.
Quella giustizia eguale per tutti si rivela ancora una volta una bilancia non funzionante.
Martina morì in Spagna, precipitando da un balcone di un albergo a Palma de Majorca per evitare uno stupro.
I responsabili sono stati condannati a tre anni, ma praticamente hanno schivato il carcere con la scorciatoia dei servizi sociali. Un verdetto che è quasi uno scandalo.
I colleghi dell’esperto e combattivo Rossi sono vicini a lui e, con la semplicità dei giusti, manifestano anche nel ricordo della ragazza, perché il lavoro accomuna e affratella, soprattutto nell’evidente rudezza delle mansioni portuali.
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