di Stefano Macera – Si trova in via Casilina 634, in un angolo del quartiere romano di Tor Pignattara in cui la densità abitativa si dirada. E’ ancora poco noto, soprattutto a chi non vive nel quartiere. Ma estremo è il suo interesse e originale risulta la sua formula espositiva. E’ il Museo di Arte Urbana sulle Migrazioni (M.AU.Mi), curato dall’Ecomuseo Casilino, che in 8 dipinti murali, realizzati da artisti di notevole sensibilità, restituisce l’articolata vicenda delle migrazioni nell’Urbe.
A ben vedere non poteva che stare qui, in un territorio dalla forte connotazione multietnica. Ed è significativo che sia ospitato nel giardino di Casa Scalabrini 634, un luogo di accoglienza per i rifugiati che promuove pure l’incontro tra questi e la comunità locale.


Ciò, in continuità con gli ideali e con l’opera del vescovo Giovanni Battista Scalabrini, fondatore – nel 1887 – della Congregazione dei Missionari di San Carlo Borromeo. Invero, l’ideazione e la gestione del M.AU.MI rimandano a un altro soggetto: l’Ecomuseo Casilino. “Nato nel 2012 come reazione a un tentativo di speculazione edilizia”, esso “è un’istituzione di comunità” che mira a salvaguardare “un vasto territorio urbano compreso tra Porta Maggiore a nord, Via Tor de’ Schiavi a sud, via Prenestina ad est e via Tuscolana ad ovest”. Un intento che porta con sé anche attività divulgative, davvero provvidenziali in luoghi ricchi di valori storici ma a lungo trascurati.
E’ l’Ecomuseo a gestire le visite guidate al M.AU.Mi, che si possono prenotare – se si è almeno in 5 persone – scrivendo a info@ecomuseocasilino.it. Tuttavia, chi vuole può anche addentrarsi nel sito autonomamente, ogni sabato dalle 10,00 alle 12,00. Quale che sia la modalità scelta, di certo si resterà colpiti dalla qualità esecutiva delle opere. Basandosi su ricerche condotte dal Centro Studi Emigrazione Roma, ognuna di esse si concentra su una specifica fase della storia migratoria della Città eterna, traducendola in immagini di viva forza e di meditata simbologia.

Si pensi a Romae, il lavoro dall’indubbio impatto che s’incontra subito a destra, una volta varcato il cancelletto d’ingresso. In esso Nicola Verlato non solo offre una personalissima versione del nudo classico, ma ci ricorda che sin dai primordi la città fu segnata dall’incontro e dalla fusione tra culture differenti.
Vi è poi Uroboro (Omen), murale di non immediata lettura, che però conquista lentamente l’osservatore. David Diavù Vecchiato vi raffigura un bambino a cavallo in posa da imperatore. Metà cinese e metà italiano, tale fanciullo dei nostri giorni evoca nientemeno che l’imperatore Costantino, anche lui un sangue misto, nato da un illirico di fede pagana e da una donna anatolica di religione cristiana.

Quest’ultima, Flavia Giulia Elena, anatolica convertita al cristianesimo, è stata ritratta da Mr. Klevra, il quale ha cercato di recuperarne i tratti orientali e mediterranei, rimossi per secoli dall’iconografia consolidata. Peraltro, lo stesso Museo si colloca nell’area dell’antico Fundus Laurentum, una vastissima proprietà che proprio alla madre di Costantino apparteneva. Di più, costei fu sepolta in un Mausoleo che si trova esattamente sul lato opposto della Casilina. Oggi tale edificio, popolarmente noto come Tor Pignattara e all’origine del nome del quartiere, forma un unico complesso archeologico con le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, per secoli meta di pellegrinaggi.
Una specifica forma di migrazione alla quale fa riferimento Croma (Claudia Romagnoli) nel suo murale: In viaggio. In particolare, l’artista si richiama all’alto medioevo, rappresentando due pellegrini che, fuoriuscendo dal bosco, vengono sorpresi dalla visione d’una Roma ancora imponente, sebbene in decadenza.
A un periodo di rinascita rinvia invece Senza di voi di Simone Tso (Simone Montozzi). Questi, confrontandosi la Roma moderna (1492-1815), ci presenta una singolare mappa del centro storico, in apparenza precisa ma piena di lacune, ironicamente colmate da dinosauri. Si tratta di luoghi che debbono la loro forma all’intervento di artisti o di committenti esterni allo Stato Pontificio. Si va dalla Piazza del Campidoglio del toscano Michelangelo Buonarroti al Sant’Ivo alla Sapienza del ticinese Francesco Borromini, ma l’elenco è lungo.

Segni di Passaggio di Daniele Tozzi vede al centro una figura che richiama l’eternità: il pavone. Questo viene costruito con un calligramma, ossia con una frase di Marguerite Yourcenar:
“Sembra esserci nell’uomo, come nell’uccello, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove”.
Certo, ci si riferisce a una tendenza universale e innata, ma sempre muovendo dalla storia del territorio. Ai lati del volatile sono infatti riprodotti nomi scritti o incisi dai pellegrini nelle già citate Catacombe, nonché di persone che, provenendo da varie parti del mondo, stanno cambiando il volto della zona.

Se forte è l’insistenza su Tor Pignattara come crocevia culturale, va detto che della capitale d’Italia vengono restituiti anche aspetti più inquietanti.
In Prospettive Altre, Ale Senso (Alessandra Odoni) si sofferma sulla divisione di Roma in due città. Quella in primo piano è costituita da esseri colorati, con i simboli del lavoro che svolgono al posto dei volti. L’altra – la Roma più altolocata – è composta da esseri grigi che vagano, quasi inconsapevoli di esser sostenuti dallo sforzo altrui.

L’ultima opera, intitolata Nuwa-Bella Fanciulla, si deve a Gio Pistone, un’artista che ama confrontarsi con l’onirico e con le narrazioni popolari. Si tratta di un mostro variopinto che non mette paura e che fonde in sé creature appartenenti a leggende bengalesi, cinesi, filippine e romene.
In pratica, vi si sintetizzano i racconti tradizionali delle comunità immigrate più radicate nell’area, a testimoniare la mescolanza delle culture da tempo in atto.
Quel che colpisce maggiormente, nelle diverse opere, è la varietà dei linguaggi adottati.
A ogni artista corrisponde uno specifico codice rappresentativo e talvolta si creano dei contrasti davvero affascinanti.

Lo attestano In viaggio di Croma e Giulia Flavia Elena di Mr. Klevra, creazioni affiancate. Nella prima, distinta da decisi chiaroscuri, sembrano affiorare modi espressivi tipici del fumetto d’autore. Del resto, all’autrice si deve pure una graphic novel dal forte impegno sociale: Jepi Jora.
Mr. Klevra, invece, rielabora una tradizione iconografica lontanissima: quella bizantina. E non solo perché, come si è detto, vuole rendere meno occidentali i connotati della donna effigiata, ma perché questa è la sua opzione espressiva di fondo. Lo esemplifica Nostra Signora di Shanghai, il celebrato murale che ha eseguito a Tor Marancia.

In sostanza, il Museo non fa che confermare la raggiunta maturità dell’arte urbana.
Un autentico caleidoscopio di forme che, in modi sempre più incisivi, interviene negli spazi pubblici delle nostre metropoli. Rivelando una sorprendente capacità di raccontare le tensioni e le speranze d’un mondo in costante trasformazione.
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