di Margherita Vetrano – In una piazza di Roma, all’angolo di un famoso forno, c’è Regina, clochard senegalese. Tutte le mattine se ne sta lì, appoggiata al muro, con le sue buste e le sue coperte, ad aspettare.
Il bicchiere di carta in mano, sembra il residuo di un cocktail party.
Sorride educatamente e non chiede niente. Chi vuole, se vuole, mette una moneta nel bicchiere.
Lei ringrazia con gli occhi, inchinando un po’ il capo.
La saluto e quando posso, le lascio la colazione pagata, in quel forno-bar che è il suo approdo. Una cosa calda da bere e qualcosa da mangiare.
Anche nella capitale l’inverno punge, al mattino presto.
Non so dove abiti né cosa faccia quando non è lì. A volte sembra una statua, altre sembra arrivata lì per caso, ad aspettare qualcuno.
Morbida, a suo agio, come un fregio della porta automatica. Se non fosse per le sue coperte e le sue buste ai suoi piedi. La sua casa, le sue cose.
Mi domando cosa pensi, chi sia e perché è lì, con l’ aria di chi non ha più fretta e nessun posto dove andare.
Un giorno smetto di fantasticare e dopo averle chiesto se preferisce un tè o un cappuccino caldo, iniziamo a parlare.
Le chiedo di lei.
È sorpresa; non deve fare conversazione molto spesso.
Non con i clienti del bar.
Mi risponde con gentilezza, in un buon italiano, con un forte accento africano.
Le “C” trascinate, le “R” arrotate e quell’andamento cantilenante delle frasi, come una melodia. È in Italia da quindici anni.
“Sono anziana, ho 53 anni. Vengo dal Senegal, ho due figli lì che lavorano” mi racconta, felice di quel momento personale. “Mio marito non c’è, mia madre è morta l’anno scorso”.
Lentamente, la voce affievolisce e lo sguardo si fissa, in un punto lontano. Guarda la sua sofferenza, la madre scomparsa.
Io tentenno, in questo silenzio fra noi. Provo a distogliere lo sguardo dal suo che è pieno di lacrime. Ma non piange.
Copre la bocca con una mano, scuote la testa. Non si sottrae, rimane lì, in silenzio.
“Regina, ce l’hai un posto dove andare?” Le chiedo.
“Sono sola, non servo più a nessuno”, mi risponde sorridendo.
Mi è capitato di vederla ancora. Sempre col suo bicchiere tra le mani, ad aspettare che passino i giorni.
Ho chiesto ad un centro accoglienza per donne sole. Tutto occupato. Ho mandato altre richieste e sono in attesa che qualche altra associazione mi risponda che sì, un posto per lei c’è.
Possiamo aiutarla?
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