di Patrizia Caiffa – Il mondo della fotografia ha perso uno dei suoi più grandi maestri: Sebastião Salgado è morto ieri, 23 maggio, all’età di 81 anni. Il fotografo franco-brasiliano è stato un testimone privilegiato delle trasformazioni sociali, ambientali e umane del nostro tempo, raccontando con il suo obiettivo storie di sofferenza, speranza e resilienza.
Nato nel 1944 a Aimorés, nello stato di Minas Gerais, in Brasile, Salgado intraprende inizialmente la carriera di economista, ma è un viaggio in Africa a segnare la sua svolta professionale. Nel 1973 inizia a documentare la siccità nel Sahel, seguito da reportage sulle condizioni di vita dei lavoratori immigrati in Europa. Questi lavori lo portano a entrare nell’agenzia Sygma nel 1974 e successivamente nella celebre cooperativa di fotografi Magnum Photos nel 1979.


Il suo stile inconfondibile, caratterizzato da immagini in bianco e nero di grande impatto emotivo, lo rende riconoscibile in tutto il mondo.
Tra i suoi reportage più celebri si annoverano “Other Americas“, “Sahel: The End of the Road“, “Workers“, “Migrations” e “Genesis“. Questi lavori hanno documentato
le condizioni di vita dei popoli africani, le migrazioni forzate, le condizioni di lavoro in varie parti del mondo e la bellezza incontaminata di angoli remoti del pianeta.
Oltre alla sua attività fotografica, Salgado ha mostrato un profondo impegno sociale e ambientale. Nel 1998, insieme alla moglie Lélia Wanick Salgado, ha fondato l’Instituto Terra, dedicato alla riforestazione della Mata Atlântica in Brasile.
Grazie al loro lavoro, sono stati piantati milioni di alberi, contribuendo alla rinascita di un ecosistema fondamentale per la biodiversità del pianeta.
Le opere di Salgado sono state esposte in numerose mostre in tutto il mondo, e Roma non è stata da meno.
La capitale italiana ha avuto l’onore di ospitare diverse sue esposizioni, tra cui “Genesis” e “Workers” e nel 2021 la splendida esposizione Amazônia, al MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, unica tappa italiana del progetto.
Queste mostre hanno permesso al pubblico romano di entrare in contatto con le sue potenti immagini, suscitando riflessioni profonde sulla condizione umana e sull’ambiente.


Un tributo cinematografico alla vita e all’opera di Sebastião Salgado è arrivato nel 2014 con Il sale della terra, il film documentario diretto da Wim Wenders insieme al figlio del fotografo, Juliano Ribeiro Salgado. Il film racconta non solo il percorso artistico di Salgado, ma anche la sua profonda crisi personale e la rinascita attraverso il progetto Genesis e l’impegno ambientale con l’Instituto Terra. Presentato a Cannes e candidato all’Oscar, Il sale della terra è un ritratto poetico e potente di un uomo che ha fatto della fotografia un atto d’amore verso l’umanità e il pianeta.
Con la morte di Sebastião Salgado, se ne va un modo di fare fotografia sociale oggi sempre più raro.
Il suo approccio, caratterizzato da un impegno diretto sul campo, da un’attenzione meticolosa ai dettagli e da una profonda empatia verso i soggetti ritratti, rappresenta un modello che sembra lontano dalle pratiche giornalistiche contemporanee, spesso più distanti e mediatiche. La sua capacità di raccontare storie complesse con immagini potenti e rispettose rimarrà un punto di riferimento per le future generazioni di fotografi e giornalisti.
Sebastião Salgado ha lasciato un’eredità indelebile nel mondo della fotografia e dell’impegno civile. Le sue immagini continueranno a parlare per lui, a raccontare le storie di chi spesso non ha voce e a ispirare chi crede che la fotografia possa essere uno strumento di cambiamento e consapevolezza.
In un mondo sempre più dominato dall’immagine digitale e dalla velocità dell’informazione, la sua morte rappresenta la fine di un’epoca.
Ma il suo lavoro, la sua passione e il suo impegno rimarranno vivi, testimoniando che la fotografia può ancora essere un atto di testimonianza, di denuncia e di speranza.
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