di Margherita Vetrano – “La casa degli sguardi“ è il film d’esordio alla regia dell’attore Luca Zingaretti, uscito nelle sale il 10 aprile 2025. Ad oggi il film ha registrato 69.195 presenze in sala.
Tratto dal romanzo di Daniele Mencarelli che ne ha curato la sceneggiatura, il film racconta la storia del giovane Marco, giovane romano, alla ricerca di una ragione per vivere.
Recentemente sconvolto dalla perdita della madre, Marco vive con il padre che cerca di strapparlo da una discesa agli inferi che sembra non avere ritorno.
Marco beve troppo, non ha un lavoro ed ha tagliato i ponti con gli affetti.
Quando rischia di morire in un’incidente d’auto, viene assunto da una cooperativa di pulizie che lavora nell’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma.
Questa nuova vita aiuterà Marco a riscoprire i valori e l’umanità che sembravano sepolti.
All’incontro con Luca Zingaretti, giovedì 22 maggio, a Roma, il neoregista ha puntato una luce potente sul film che ha dato una visione profonda sul senso del progetto. Ecco cosa è emerso dalle domande in sala.


L’esordio come regista è tutto un altro sport dall’essere attore. Com’è nata la voglia di girare un film?
Sono stato una persona molto fortunata perché sono sempre stato molto curioso. Da ragazzo, in Accademia, mi informavo su tutto, anche sugli aspetti tecnici di come si monta una scena o si allestiscono le quinte. Dopo essermi dedicato al teatro, come regista e come attore, mi è venuta voglia di passare dietro alla macchina da presa perché in teatro, chi detta i tempi, racconta la storia e decide gli accenti del racconto, è l’attore. E’ lui che con una pausa decide di far riflettere il pubblico e portarlo nel narrato. Nel cinema è differente e per fare la stessa cosa, è necessario passare dietro alla macchina da presa.
Perché ha deciso di esordire con “La casa degli sguardi”?
Quando ho letto il libro “La casa degli sguardi”, mi ha fulminato ed ho subito pensato di farne il mio primo film.
Il libro parla della straordinaria capacità degli esseri umani di rialzarsi dopo una caduta. La capacità di vedere l’alba di una nuova vita e di ripartire.
E’ una storia che raccoglie i contenuti a me cari, come il lavoro, che non è solo ciò che ci consente di portare soldi a casa ma qualcosa che ci identifica e ci radica. Guardandoti allo specchio ti fa capire chi sei ed ha un potere salvifico.
Il film parla anche del dolore e di come sia necessario a volte “stare” nel dolore. In una società performante, provare dolore passa come un concetto da perdenti ma non è così.
Stare nel dolore aiuta a superarlo, attraverso la catarsi, ed è ciò che fa il mio protagonista.
Provo molto affetto per questo film e spero che ognuno di voi dopo la visione si porti a casa un pezzetto di questa storia, quello che più gli appartiene.
Il cinema va difeso, perché?
Perché è in declino. E’ come i negozi di quartiere che con la loro luce fanno sicure le nostre strade. Questi sono i luoghi in cui si sta insieme e dove il tessuto collettivo della comunità si rinsalda. Ritornare a vedere teatri e cinema pieni è un piacere enorme.
Il cast di questo film illumina un nuovo talento, Gianmarco Franchini. Come lo ha selezionato?
Devo ringraziare Angelo Barbagallo, il produttore che mi ha consentito di scegliere liberamente. Il giorno del casting Gianmarco è stato il primo ad essere visto. Dopo il provino è rientrato per un secondo provino chiedendo di farsi rivedere, facendo la scena perfettamente. Gianmarco ha un’anima. Non ho voluto vedere nessun altro. Il mio “Marco” era lui. In lui ho trovato fragilità e forza. Arriva diretto. Durante le riprese seguiva fedelmente le mie richieste ma me le restituiva tutte completamente filtrate da lui.
La sua autonomia, talmente grande nell’interpretazione, è stata potentissima.


Qual è il suo rapporto con i giovani?
Sono padre di due figlie preadolescenti e girando questo film ho capito che trattiamo male i nostri figli perché siamo molto preoccupati.
La preoccupazione nasce da questo mondo impazzito, dal prevalere della filosofia del più forte.
I cambiamenti sono velocissimi e questi ragazzi devono provare a mettere radici su un terreno che non glielo consente. La nostra generazione ha avuto altre possibilità.
Loro non sanno dove sta andando il mondo. Hanno una serie di angosce che va dalla crisi climatica alla difficoltà di trovare un lavoro, passando per l’esaurimento delle risorse del pianeta. Dovremmo essere fieri di vedere come si stanno allenando alla possibilità che il mondo continui a cambiare così velocemente. Quando vedi un ragazzo che ha un male di vivere mostruoso come Marco, pensi che dovremmo stargli accanto senza criticarli. Sono l’ansia e la preoccupazione che ci fanno sbagliare. Rapportarsi alle inquietudini di un personaggio come questo mi ha aiutato a capire la realtà dei giovani.
L’augurio è di stare loro accanto non solo con le emozioni ma con la testa cercando di capire che il loro disagio è ben motivato.


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