(di Maria Ilaria De Bonis) – Alla fine i proprietari dell’azienda vinicola Astoria, in Veneto, non ce l’hanno più fatta a trattenersi, a non schierarsi. A non dire, a colpi di parole e immagini, che sono stufi di razzismo e intolleranza xenofoba. Ed è per questo che hanno sentito l’esigenza di comprare una pagina pubblicitaria su un quotidiano nazionale.
La «goccia che ha fatto traboccare il vaso e scattare in noi la molla della reazione – spiega a b-hop Paolo Polegato, titolare assieme al fratello dell’azienda veneta che produce prosecco – è stata l’aggressione a Daisy Osakue», l’atleta italiana di origini africane, Ma non c’è soltanto questo.
«Si può essere italiani pur essendo di pelle nera – dice Paolo – ma questo concetto la mentalità provinciale fa fatica ad accettarlo».


Con molta semplicità «noi abbiamo sentito la necessità di lanciare un segnale concreto perché bisogna far riflettere: è da tempo che percepiamo un degrado del clima sociale nella nostra regione e in generale in tutto il Paese. Siamo a conoscenza di episodi di violenza, anche fosse solo verbale, che ci offendono».


All’ennesimo atto di escalation intimidatoria xenofoba, lui e il team di Astoria si sono guardati in faccia ed hanno improvvisato una riunione aziendale.
«Ci siamo seduti e abbiamo buttato giù un’idea per una pagina pubblicitaria che lanciasse un messaggio forte», racconta, e così è nata questa foto della donna dalla pelle nera con il tricolore alle spalle e le labbra bianche verdi e rosse: «il rispetto della persona prescinde dal colore, dal genere e dalla religione».
La pagina pubblicata dal Corriere della Sera è finita al centro del dibattito delle ultime ore e scatena reazioni di ogni tipo che però non intimoriscono i proprietari. D’altra parte la storia aziendale di Astoria parla di una sensibilità notevole.
«E’ da anni che facciamo comunicazione etica e sociale – spiega Polegato – e siamo partner del Festival dei ritmi e delle danze dal mondo che si svolge in provincia di Treviso; ma al di là dell’aspetto etico, nel prendere posizione e sentirsi aperti al mondo, c’è anche una questione economica, se vogliamo. Noi esportiamo all’estero, vogliamo che il nostro Paese mantenga una credibilità a livello internazionale, che invece, in questi ultimi tempi, pare aver perso».
«Io penso che il razzismo sia qualcosa legata alla paura e alla non conoscenza; ma invece quel che vogliamo far capire alla gente è che quella persona è come te, le persone sono davvero tutte uguali».
Infine, dice Paolo: «Abbiamo anche messo in conto che, per via di questa iniziativa, potremmo perdere degli acquirenti del nostro vino, ma se accade, pazienza. Il messaggio che dovevamo trasmettere è più importante».





















