di Margherita Vetrano – La recente premiazione degli Oscar ha messo in luce un fenomeno di interesse sociale che suscita una domanda: Perché c’è ancora bisogno di parlare di Olocausto al Cinema?
Premiato come Miglior film straniero, “La zona d’interesse” di Jonathan Glazer, tratto dall’omonimo romanzo, parla a chiare lettere di un fenomeno attentivo che sposta il focus di critica e pubblico su una questione socio-politica di interesse mondiale: l’Olocausto.
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Ma se la recente premiazione ha richiamato pubblico al cinema per non perdere questo film pluripremiato, lucido ed agghiacciante, anche la cinematografia italiana si è interessata allo stesso tema, con un piccolo film passato in sordina ma ugualmente degno di nota: “L’ultima volta che siamo stati bambini“ di Claudio Bisio.
Autoriale il primo, ai limiti dell’algido racconto, leggero il secondo, capace di scavare nel profondo, entrambi ci pongono l’urgenza di un’unica domanda: Perché c’è ancora bisogno di parlare di Olocausto al cinema?
La risposta è tutta nell’ultima scena, nell’espressione di vittoria di Italo (nel film di Bisio) che si avvia gioioso al suo destino.
Parlare dell’Olocausto, senza nominarlo, senza mai mostrarlo perché appartiene al tessuto sociale ed è radicato nella memoria.
Ma parlarne ancora per non dimenticare.
Ne “La zona d’interesse”, pur essendo confinante con il giardino del gerarca Hoss, il campo di Auschwitz non è mai mostrato ma raccontato attraverso voci, fumo dei forni e cenere, e tratteggiato dal costante rombo delle fornaci accese.
Una presenza incombente, come la sua torre di guardia, sulla piscina della famigliola nazista.


Incuranza nel primo, inconsapevolezza nel secondo film.
Le storie nascono su presupposti diversi ma in entrambi i casi raccontano un’umanità che vive un momento storico inconfutabile ed ineludibile.
Persone forgiate dai “credo” nazionali e a loro agio nella consapevolezza della discriminazione. Che vivono nell’accettazione della condizione di violenza finché non subita.


Ma perché c’è ancora bisogno di parlare di Olocausto al cinema allora?
Forse perché c’è bisogno di ricordare il passato per raccontare il presente. E meglio comprenderlo.
I film denunciano la distanza emotiva di chi nasce dalla parte giusta del globo e i rischi di chi chiude gli occhi.
Esperienze disturbanti la quiete della visione per suscitare riflessioni necessarie.
Oggi come ieri.





















