di Daniele Poto – Per gli italiani l’assegnazione degli Oscar si traduce in un lungo elenco di premiati e in una notte televisiva sulla Rai, per la verità dal godimento piuttosto scarso.
Ma cerchiamo di andare oltre la nomenclatura dei prescelti per entrare nel merito di quanto deciso dai 9.395 giurati attivi dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences che ha la paternità delle scelte. Il gusto della selezione rimane tipicamente americano.
Dunque film dai ritmi lenti e non adrenalinici come quelli giapponesi, coreani (eccezione Parasite) o finlandesi (pensiamo a Kaurismaki) hanno scarse possibilità di essere presi in considerazione.
Vincitrice morale dell’edizione 2024 a nostro avviso è la Storia, quella con la S maiuscola.
In Oppenheimer si parla della bomba che ha inaugurato la stagione del nucleare. Ironia della sorte l’assemblatore della creatura atomica, insediato nel titolo del film più premiato, era proprio quello che pensava che il lancio su Hiroshima e Nagasaki avrebbe chiuso una stagione.
E invece l’ha aperta, fino ai prodromi della terza guerra mondiale con lo sguardo principale rivolto alla Russia e sull’Ucraina.
E il riconoscimento al miglior film straniero e/o internazionale (a dimostrazione di quanto gli Oscar siano americo-centrici) cioè La Zona d’interesse ha riguardato il non ancora metabolizzato Olocausto, il nazismo e, più in generale, la memoria di quanto avvenne ottanta anni fa.
Presentava un tema centrale anche The Killers of the flowers moon di Martin Scorsese, ovvero il tradimento attuato ai danni dei nativi d’America, quelli che una volta si chiamavano gli indiani, quelli sempre battuti e vilipesi nei film western.
Se si cerca un film sconfitto è Barbie e dunque la revisione, la sovrastruttura con presa in giro del politicamente corretto, un tema d’attualità ma non così pregnante come i temi prima ricordati.
Ma non ricorderemo la notte degli Oscar solo per l’apparizione nuda dello scultoreo John Cena che simulava precedenti irruzioni a sorpresa, né la gaffe di Al Pacino che ha sbrigativamente annunciato la designazione del miglior film.
Ha un profondo valore l’Oscar come migliore attrice non protagonista assegnato alla magnifica Da Vine Joy Randolph, la cuoca di The Holdovers: lei non è bella, non è particolarmente giovane, è afro-americana ma non è stata premiata per ipocrite pari opportunità ma semplicemente perché brava. Che sia la migliore nessuno può dirlo vista la soggettività delle scelte.


Ecco perché in questo adottabile concetto di relatività non può sentirsi troppo deluso Matteo Garrone per Io capitano. Essere rientrato nella cinquina della rosa finale è già un grande titolo di merito ed è molta più significativa della passerella nella serata finale la tournee africana del regista, in compagnia degli attori, attraverso Paesi dove le sale cinematografiche sono assoluta rarità.
Forse qualche italiano si stupirà per l’assenza dall’agone del film della Cortellesi, campione d’incasso 2023 nelle sale nostrane, quasi al livello del Checco Zalone degli anni d’oro. L’anomalia è presto spiegata. La distribuzione ha i suoi misteri e i suoi segreti.
In questi giorni C’è ancora domani uscirà nelle sale francesi. Ma in America non è ancora arrivato. Ci pare che il tema del film sia molto italiano e poco internazionale. Comunque
in linea teorica questo gioiello d’incasso potrebbe partecipare all’assegnazione degli Oscar 2025, stranezze del cinema!
Gli Oscar sono stati un’occasione di riscatto e di consacrazione anche per Robert Downey jr, a lungo tossicodipendente, a suo tempo carcerato. Il cinema e la terapia lo hanno tirato fuori dalla dipendenza e un Oscar è un bell’invito a non ricadere nella trappola della cocaina.
Infine ci si è ricordati anche del cinema d’animazione: Il Ragazzo e l’Airone è la meravigliosa rivincita di un genere quasi dimenticato.





















