di Daniele Poto – Luciano Spalletti si è offeso perché un giornalista svizzero, porgendogli una domanda, ha paragonato la Svizzera alla Ferrari e l’Italia alla 500, magari vecchio tipo.
Ma ha fatto di meglio o di peggio il presidente del Coni Malagò che, vedendo il match che ha decretato l’eliminazione azzurra nel campionato continentale, credeva di trovarsi a “Scherzi a parte”. La maledizione del citì ha colpito ancora.
Una lunga catena di fallimenti che riguarda Prandelli, Ventura, Mancini (unica perla la vittoria negli Europei 2021) e ora Spalletti.
Tutti prima o poi hanno tagliato la corda o sono stati defenestrati. Quando non si verifica quest’ultima possibilità è perché il presidente che li ha scelti (in questo caso Gravina) dovrebbe contemporaneamente auto-silurarsi. Il che non è comodo anche se è elegante.
La partita con la Svizzera è stata talmente brutta da risultare vera, specchio autentico del valore attuale del calcio italiano.
Ma una filosofia zen invita a trovare il lato positivo da un rovescio.
E non per pietismo o esercizio di fantasia ma per pura razionalità. E’ quanto proviamo a fare magari partendo dal luogo comune che suggerisce “toccato il fondo, non si può che risalire”. Una sola ratio di partenza per una corretta analisi.
Il campionato italiano è poliglotta e in gran parte cosmopolita. I calciatori italiani sono gregari degli stranieri. Messi insieme compongono una maionese impazzita con un cuoco (Spalletti) che non ha saputo legarli in un valore aggiunto omogeneo.
L’esempio contrario è la Svizzera. I suoi selezionati giocano tutti all’estero ma sono stati fusi in una squadra All Stars con un cuoco (Yakin) che ha fuso bene gli ingredienti.
Cambiare cuoco? Certo, è una possibilità perché Spalletti ha mostrato di essere più allenatore che selezionatore e nelle conferenze stampa ha dato il peggio di sé.
Ma la materia prima calcistica è quella che è e quando la nazionale si riunirà a settembre per iniziare il cammino mondiale (si spera che non sia l’ennesimo calvario) l’80% dei convocati ricalcherà l’elenco della Germania.
I rimedi partono da più lontano. Dalle scuole calcio dove si insegnano tattica e strategia, calcolo e cinismo, ma non tecnica individuale. E’ per questo che quasi nessun azzurro tenta il dribbling o salta l’uomo.
E’ molto più agevole per la propria quotazione (vero Jorginho o Cristante?) concludere un match con un’altissima percentuale di passaggi riusciti quando questi sono a due metri o comunque non rischiosi piuttosto che avventurarsi in possibile brutte figure.
Spagna, Inghilterra, Portogallo hanno giocatori travolgenti che saltano l’uomo. L’unico a disposizione dell’Italia è Chiesa che però, come tutti possono constatare, è sempre sul punto di spaccare il mondo per poi arenarsi anche lui nell’esercizio del passaggio facile.
Per attuare questa piccola rivoluzione da scuola calcio occorrono menti e pensanti e una ristrutturazione dal basso che richiede tempo e attitudine.
Nel contesto difficile di un calcio in mano ai fondi stranieri, al “qui e ora”, dove nessuno investe sul futuro, è un’ipotesi difficilmente contemplabile ma anche l’unica plausibile Ma se aspettiamo la sterzata dal calcio rischiamo di essere degli illusi.
L’evasione, la corruzione e le mafie, forse si auto-emendano? Convinto di essere il migliore dei mondi possibili il calcio italiano ha toccato impietosamente la realtà.
Giocatori come quelli visti in Germania meritano stipendi da 5 milioni all’anno? Nella vita la reputazione e la dignità contano più del conto in banca.
Sarebbe questo il momento di dimostrarlo o perlomeno di adeguarsi a un congruo ridimensionamento, anche mediatico.





















