di Massimo Lavena – Il 6 ottobre 1924, alle 21, dai pochi apparecchi radiofonici già esistenti nel Regno d’Italia, e che solitamente rilanciavano, grazie alle onde corte, suoni lontani di lingue straniere da città di tutto il mondo, uscì per la prima volta un annuncio in italiano: la suadente voce di Maria Luisa Boncompagni lesse il lancio ufficiale della prima trasmissione della URI – Unione Radiofonica Italiana.
Con quelle poche parole, “Unione Radiofonica Italiana ,1-RO, Stazione di Roma, Concerto sinfonico inaugurale” iniziò una storia, grande quanto la vita di una nazione allora povera e con le ferite della Prima guerra mondiale da sanare.
Quella storia raggiunge la venerabile età di 100 anni: la radio in Italia, la patria del suo inventore, Guglielmo Marconi, ha toccato un secolo di vita, narrando le storie grandi, minime, tragiche, comiche della nostra terra.
Sono 100 anni di sviluppi tecnici, di evoluzioni narrative e di voci che hanno accompagnato i fatti e i misfatti dell’Italia, cantandone gli eroi e i malfattori, annunciando sciagure e grandi trionfi, ma sempre parlando direttamente a chi, dall’altro capo della radio ascoltava fremente e voglioso di sapere, di scoprire, di sognare.


Perché la radio non è mai uguale, mai: la radio segue le modulazioni delle voci, le note delle musiche le più differenti, i colori delle immagini raccontate e dipinte dai conduttori.
Che si tratti di spettacoli di varietà o dirette sportive, che si dipanino le notizie di un radiogiornale o il resoconto di una assemblea parlamentare, fino alle previsioni del tempo o alla trasmissione delle messa domenicale, quelle voci che escono dalle casse delle radio sapranno sempre di vita e aiuteranno l’ascoltatore a vedere attraverso le parole ed i suoni ascoltati.
Non c’è una spiegazione razionale per l’amore che si può provare per una scatola un tempo gracchiante e oggi rilanciata per le strade digitali: quei suoni ovattati che uscivano dalle radio con le grandi valvole che dovevano riscaldarsi, i cursori che si spostavano tra onde corte, medie e lunghe, città lontane che si illuminavano con canzoni e voci incomprensibili, e bisognava esser precisi per cogliere il punto preciso per sentire le trasmissioni che erano sempre più accurate, lunghe articolate.
Quanto ha regalato la radio alle nostre vite, momenti di gioia sportiva, la grande boxe di Benvenuti, il record mondiale di Mennea a Città del Messico, Ondina Valla medaglia d’oro a Berlino, e poi Moser che vince il Mondiale a San Cristobal o il Cagliari che viene cantato nel 1969-’70 dalla pastosa voce di Sandro Ciotti che grida a tutti “Il Cagliari è campione d’Italia”, durante la trasmissione “Tutto il calcio – Minuto per minuto”.


La radio è Corrado con la sua “Corrida – dilettanti allo sbaraglio”, e si rideva e si fischiava la domenica mattina; è Gran Varietà dove si alternavano Jonny Dorelli, Paolo Villaggio, Gianni Agus, Mina, Rita Pavone, Walter Chiari, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, Raffaella Carrà, Lando Buzzanca, Domenico Modugno, Gino Bramieri, e gli ospiti erano sempre puntuali con il loro ultimo successo e si ascoltava in macchina con le prime radio a tasti di selezione delle macchine del boom economico.
Erano le parole di una festa che ti lasciava libero di fare altro, cucinare o giocare, parlare o leggere un libro:
perché la radio in questi 100 anni non ha mai imposto la sua voce, l’ha fatta diventare parte di un tessuto sociale.
E con “Alto gradimento” di Arbore e Boncompagni abbiamo conosciuto Scarpantibus, la Sgarambona, Max Vinella, Li Pecuri e Patroclo, e nulla è più stato uguale.


La radio non è invadente, non costringe e non castra ciò che uno vuol fare, accompagna invece ed è sempre presente.
Come quei giorni che non si dimenticano e che segnano un po’ la nostra vita e ritornano, nella memoria personale, anche per i momenti che vanno a definire.
La notizia dell’omicidio del giudice Coco, del brigadiere Saponara e dell’appuntato Deiana a Genova ascoltata in macchina in famiglia: la morte improvvisa di Papa Luciani annunciata nel radiogiornale del mattino da Gustavo Selva che bloccò la normale routine della trasmissione.
O il rapimento di Aldo Moro e la strage dei suoi fedeli agenti di scorta in via Fani; la bomba di Bologna ascoltata in oratorio durante una partita di pallacanestro; l’attentato al giudice Falcone e poi al giudice Borsellino sentiti scrivendo la tesi di laurea; il terremoto in Irpinia dove furono i radioamatori a collegare i soccorritori con i luoghi devastati dalla furia della natura; e poi Radiolina, la prima radio libera della Sardegna nata quando in tutta Italia mille voci si misero davanti a un microfono rivoluzionando tutto.


100 anni che hanno arricchito la Storia d’Italia.
La radio è viva e vegeta: ci parla sia attraverso le vecchie scatole a transistor o grazie alle moderne applicazioni digitali dei computer o degli smartphone.
Quella radio che trasmise per prima il risultato del referendum che diede la Repubblica all’Italia, ancora oggi è sempre la prima ad informare, entrando con garbo e professionalità in tutte le case.





















