Coronavirus: in Sardegna artigiani e makers si mobilitano per gli ospedali

(di Giulia Clarkson) – È un mondo diverso, quello in cui siamo stati proiettati con rapidità sconvolgente. Siamo arrivati impreparati e saremo impreparati anche nel post emergenza coronavirus, quando si tratterà di riallacciare i fili interrotti e sperimentare nuove vie, a livello personale e sociale. Quel che è certo però è che questa esperienza, ancora tutta in fieri, mostra un agire collettivo e cooperativo che si spera lascerà il segno.

In Sardegna, dove l’emergenza tra il personale sanitario è altissima, si moltiplicano le iniziative per supportare medici e infermieri.

Se nei giorni scorsi, con un accordo fra Confartigianato Sardegna e Azienda per la Tutela della Salute, gli artigiani sardi hanno deciso di donare i propri dispositivi di protezione come mascherine, guanti, camici, occhialini e disinfettanti agli ospedali dell’isola, l’antica e tradizionale “paradura” (un gesto di solidarietà ripreso dal mondo pastorale sardo, ndr), che supporta chi ha bisogno per sostenere l’economia dell’intera società, in tempi digital interessa grandemente anche i makers delle stampanti 3D.

“Makers Pro Sa Sardigna” è un gruppo di lavoro nato appena cinque giorni fa che coinvolge almeno un centinaio di maker della Sardegna, tra privati e istituzioni. Ne fanno parte Abinsula, l’Università degli Studi di Sassari, l’Accademia di Belle Arti “Mario Sironi” (ArtLab), AILUN/Simannu- Fab Lab Make in Nuoro, Eikon, FabLab Cagliari, FabLAB Sulcis, Laboratorio K, FabLab Sassari, Sardegna 2050 e Centro Servizi Computer.

Una lista destinata ad allungarsi, perché il gruppo, nato spontaneamente, è aperto a nuovi contributi da parte di privati e istituzioni.

Sollecitati dalla richiesta di alcuni medici, i makers sardi hanno prodotto, attraverso tecnologie come stampa 3D e taglio laser, 340 prototipi di schermi facciali, ad oggi pronti per essere imballati e distribuiti per la valutazione e il testing negli ospedali. Nei prossimi giorni, verranno stampati altri 500 dispositivi.

Ma come è nato il progetto? Lo racconta a B-hop Antonio Solinas, della società Abinsula, azienda sassarese che si occupa di multimedia e software che per prima ha raccolto la richiesta dei medici dell’ospedale di Nuoro di contribuire a colmare il deficit di maschere facciali: “Sabato scorso – dice Solinas – abbiamo raccolto idee dai makers di tutta la Sardegna; domenica abbiamo condiviso i progetti e iniziato a produrre i primi pezzi, anche grazie all’Università di Sassari e all’Accademia di Belle Arti, che hanno un minimo di libertà di movimento”.

“Ognuno ha lavorato a distanza ma interconnesso – prosegue -, con un compito ben preciso: c’è stato chi ha realizzato il prototipo, chi il disegno, chi reperiva le bobine per le stampanti 3D. Definito il necessario, abbiamo acquistato l’intero magazzino di mascherine e di fogli di PVC dai Bricoman di Cagliari e Sassari, per convertire le loro maschere da giardiniere e poterne realizzare di nuove. I ragazzi dei magazzini sono stati eccezionali, ci mandavano le foto degli scaffali e poi ci hanno consegnato i pezzi”.

Insomma, in una manciata di giorni, grazie anche all’efficienza di Sardegna Ricerche che ha finanziato l’acquisto dei materiali e risolto ogni procedura burocratica, il lavoro di “Sos makers pro sa Sanidade e sa Sardigna” arriverà al reparto Malattie infettive di Cagliari, Sassari e Nuoro, ai centri COVID-19 e, successivamente, ai reparti di rianimazione, pneumologia e chirurgia.

E per il prossimo futuro? “Ogni giorno facciamo dei passi in avanti – dice ancora Solinas – vorremmo realizzare un modello di maschera senza taglio laser, fatto solo col plexiglas, il che permetterebbe di produrre centinaia di dispositivi al giorno. Il difficile adesso è trovare i materiali: stiamo cercando di ordinarli in Olanda e contemporaneamente perlustriamo i magazzini delle scuole”.

E intanto proseguono le interlocuzioni con i sanitari per capire quali altre esigenze possono essere affrontate, perché questo potrebbe essere solo un buon inizio.

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Giulia Clarkson

Sopravvissuta al duro e provante giornalismo istituzionale, risorge con B-Hop lungo la meta della felicità. Al vento di poppa preferisce il gran lasco e, confidando nell'evoluzione della tormentata adolescenza della sua progenie, contempla navigazioni in barca a vela in cui alternare la scrittura di romanzi a intensi canti al timone. Riprende luce il desiderio di realizzare libri e spettacoli di teatro per bambini. Unica certezza: i trampoli, appesi al chiodo qualche decennio fa, lì rimarranno.
Giulia Clarkson
Giulia Clarkson

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Sopravvissuta al duro e provante giornalismo istituzionale, risorge con B-Hop lungo la meta della felicità. Al vento di poppa preferisce il gran lasco e, confidando nell'evoluzione della tormentata adolescenza della sua progenie, contempla navigazioni in barca a vela in cui alternare la scrittura di romanzi a intensi canti al timone. Riprende luce il desiderio di realizzare libri e spettacoli di teatro per bambini. Unica certezza: i trampoli, appesi al chiodo qualche decennio fa, lì rimarranno.