di Stefano Macera – I quartieri che non nascono dalla speculazione edilizia si riconoscono subito: basta osservarne il fulcro. Per dire, soffermandosi un attimo su Piazza Sempione nel quartiere romano di Montesacro, non sarà difficile cogliere i segni di un’urbanistica a misura umana. Del resto, parliamo della porta d’ingresso della Città Giardino Aniene, serio tentativo nostrano di riprendere l’esperienza delle garden cities inglesi d’inizio XX secolo.
La spinta era quella di conciliare la dotazione di servizi dei grandi centri urbani con i principali vantaggi della campagna, dall’edilizia estensiva alla notevole presenza del verde.
I lavori per realizzarla iniziarono sul finire del 1920, muovendo da un progetto di Gustavo Giovannoni che si basava sulla prevalenza dei villini e sull’idea di una piena autosufficienza.
Il nuovo quartiere, che venne denominato Monte Sacro nel luglio 1924, in nulla doveva dipendere dalle zone centrali dell’Urbe. Certo, il boom edilizio del secondo dopoguerra ha avuto conseguenze anche da queste parti. Non pochi villini sono stati abbattuti e le tipiche palazzine degli anni ’50 e ’60 hanno preso il sopravvento. Piazza Sempione, però, ha mantenuto i suoi tratti originari. Continuando a coniugare un forte impatto scenografico con la massima funzionalità, derivante da servizi come l’ufficio postale, previsti dall’inizio.
Provenendo dalla via Nomentana Nuova, si scorge anzitutto la Chiesa dei Santi Angeli Custodi, notevole per dimensioni e altezza (37 metri con la cupola) ma anche per il senso di levità che trasmette.


Realizzata dallo stesso Giovannoni, in essa motivi della tradizione classica si fondono con spunti di assoluta originalità. Ad esempio, il bellissimo finestrone traforato della facciata, che alleggerisce non poco la parete.
Altrettanto pregevole è il Palazzo Pubblico, sede del Municipio Roma III. Venne progettato da quell’Innocenzo Sabbatini che disseminò di geniali invenzioni la Garbatella.
Il suo estro creativo emerge pure qui, nel riallacciarsi senza pedanteria ai Palazzi Comunali del Trecento toscano. E’ vero, quest’edificio ha subito delle alterazioni: a causa della sopraelevazione di un piano, la sua torre ha perso di slancio. Tuttavia la forza del progetto iniziale non è venuta meno, mantendogli lo status di emblema del quartiere. In più modi risulta in continuità con un altro edificio, progettato sempre da Sabbatini e destinato ad abitazioni e servizi (nel 1926 vi fu inaugurato un cinema-teatro, attivo sino al principio degli anni ’80). Intanto, a unirli ci pensa l’arco che dà l’accesso alla Via di Monte Tesoro. In secondo luogo, entrambe le costruzioni presentano bugne in tufo al pianterreno. L’intento è quello di far percepire la piazza come uno spazio unitario, segnato da un’omogeneità di fondo nonostante le differenze di funzione e di stile.


Ora, dopo aver studiato un insieme così armonico, ci si potrà finalmente inoltrare nel quartiere, svolgendo una visita inevitabilmente segnata dall’alternarsi di sentimenti opposti.
In alcuni casi prevarrà l’amarezza per quello che è andato perduto. In altri subentrerà l’entusiasmo. Perché, smentendo una convinzione a lungo diffusa, studi dettagliati documentano che si è conservato circa il 70% dei villini storici.


I quali sorprendono anche per la varietà formale: il barocchetto romano, ovvero la ripresa di motivi secenteschi e settecenteschi, vi coesiste con i linguaggi della contemporaneità. Ammirandoli uno ad uno, si fa strada l’ipotesi che, almeno in questa parte di Roma, l’affarismo immobiliare non abbia riportato una vittoria completa.





















