di Daniele Poto – Facile risposta alla domanda: qual è la meraviglia romana accessibile solo un giorno all’anno violando il desiderio di necessaria riservatezza propria del luogo?
L’identikit si posa sul Monastero delle Oblate di Tor de Specchi ubicato in via del teatro Marcello 32, sito prezioso e nascosto che qualche giorno fa, il 9 marzo, ha aperto le sue stanze e i suoi piani ai visitatori con ingresso libero e grande successo di pubblico.
L’intercessione per l’apertura si deve indirettamente a Santa Francesca Romana, patrona un po’ dimenticata della capitale, le cui reliquie giacciono in questo Monastero fondato proprio da lei nel 1433. Il XV secolo pittorico trova un riscatto pre-Rinascimento (era il secolo dell’Umanesimo) con il ciclo di affreschi di un autore intimamente legato alla città, tanto da riportare nel patronimico il segno inconfondibile delle sue origini: Antoniazzo Romano.
Forse più che le parole contano le immagini. Un’arte seminale, intimamente religiosa, consona al luogo dove veniva eseguita. L’ingresso si presenta con un delizioso chiostro apprezzabile per la propria semplicità, ricco di piante di limoni che pur coltivati al centro di Roma non esiteremo a definire biologici. Eccezionalmente nell’occasione dell’apertura venivano venduti a prezzo controllato nell’accogliente book shop del complesso.


La visita si sviluppa poi nei grandi spazi dell’oratorio della casona del ‘400, con i due refettori, il piano nobile, la cella della santa, con un florilegio di dipinti di autori anonimi ma di un travolgente crescente artistico che sa di concentrazione e di spiritualità.
Poco è stato toccato e dunque il Monastero restituisce completamente il mood delle vite delle religiose di oltre seicento anni fa.
Fu monaca oblata anche la prima donna nel mondo a laurearsi in un’università: Lucrezia Cornaro nel 1678 dottore in filosofia (la teologia le era proibita per divieti religiosi al maschile) presso l’Università di Padova nel 1678, aprendo una breccia di possibile parità. La Cornaro era un’erudita che parlava sei lingue.
La visita è anche un’occasione per rievocare la figura di Santa Francesca Romana, denominato con vezzeggiativo Ceccolella al momento della nascita. La Santa visse e morì a Roma in un periodo che è un eufemismo definire turbolento. La sua parabola va dal 1384 al 1440 in un periodo segnato da carestie, epidemie lotte fratricide. L’appellativo di Romana le venne conferito per merito unitamente a quello di “Advocata urbis”, protettrice di Roma. Sotto il suo impulso sorse la Congregazione delle Oblate di Maria ed il luogo divenne sede di preghiera, penitenza, secondo la regola della conversione dei costumi in omaggio alla Chiesa e al papa.


Il ciclo di Antoniazzo è un omaggio alla fondatrice. I quadri esemplificano la vita virtuosa della Santa. In uno Francesca, mentre torna da San Giovanni Laterano, incontra su un ponte un uomo con braccio troncato da un colpo di spada; lo porta a casa sua, lo cura, lo risana. In un successivo Francesca ridona la parola a Camilla Clarelli nata muta: le tocca la lingua con un dito e il miracolo avviene. In particolare le viene attribuita la capacità di combattere la cancrena, allora imperante, e taumaturgicamente la facoltà di combattere diavoli e demoni nonché di sopperire l’eterna ricerca di cibo dei poveri.
Forse è giusto che questo luogo apra per così poche ore nell’anno resistendo alla frettolosità dell’overtourism.


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