di Marianna Mandato – “Non hai più un briciolo di dignità”. “Gliene capitano di tutti i colori ma nulla riesce a scalfire la sua dignità”.
Che cosa significano frasi come queste?
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Il “briciolo” di dignità indica che è possibile quantificarla? E cosa determina l’eventuale perdita di dignità? Gli eventi? Soprattutto, che cosa vogliamo comunicare quando parliamo di “dignità”?
Nonostante sembri possibile dare subito una risposta soddisfacente, identificare la dignità non è per niente ovvio.
Come cercheremmo di spiegarla ad un bambino?
La dignità non si vede. Non si sente. Non si tocca. Non si gusta. Eppure la notiamo. Sempre. Anche nel modo di guardare, toccare, gustare, ascoltare, parlare. Persino nel modo di camminare.


Che cosa rende la dignità così “visibile”?
Cerchiamo di capire.
Per prima cosa, trattiamo la dignità come fosse un panino. Come lo imbottiremmo per restituirne il sapore?


Facciamo attenzione, però: chiedendo un “panino dignità” al salumiere, dovremmo già conoscere tutti il suo sapore in modo univoco. Gli ingredienti devono essere gli stessi per tutti. Altrimenti il salumiere non saprebbe come agire per accontentarci e improvviserebbe panini diversi per tutti.
Sicuramente lo imbottiremmo con rispettabilità, stima, apprezzamento, merito, rispetto e cura di sé, decoro, decenza, discrezione, equità, amor proprio, condotta morale riguardosa, correttezza, compostezza, fierezza.
Ingredienti non sempre semplici da trovare dal grossista.
Andiamo poi alla ricerca dei genitori della dignità. Di certo, di nobili origini.
Nel nostro peregrinare ci ritroviamo ancora una volta nei magnifici giardini dei nostri amici latini. Ma non solo. Stavolta ci imbattiamo anche in parenti di origine greca.
Bussiamo alla porta dei primi e arriva ad aprirci un’eterea dignitas, figlia astratta della parola dignus.
Dignitas era collegata al pregio, a ciò che chiamiamo onore e molto spesso anche al ceto sociale elevato. Ma soltanto se associato ad azioni valorose e rispettose.
Identificava persone socialmente prestigiose e meritevoli di esserlo.
L’aggettivo dignus, infatti, significava proprio giusto, adeguato, idoneo e competente, in grado di affrontare in modo onesto ogni situazione. Tanto più che la sua radice dec– era la stessa del verbo decere, che significava essere decente, idoneo e conveniente per qualcosa.
L’influenza greca invece si ritrova in una caratteristica distintiva della dignità: la sua evidenza.
La parola dignitas, infatti, era strettamente collegata con la parola assioma (in greco axioma, da axios) che per i greci significava proprio degno, meritevole, ma soprattutto avente valore intrinseco.
Anche noi, oggi, quando ci riferiamo ad un assioma, pensiamo subito a qualcosa che non ha bisogno di dimostrazioni. Che è così e basta.


In qualche maniera, la dignitas latina era il corrispondente dell’axioma greco. I greci usavano assioma come i latini dignità.
Andiamo avanti e chiediamoci se dalla parola dignità possa derivare un verbo. “Dignitare” non esiste. Però esiste essere dignitosi.
Significa che la dignità, riferita a persona, per avere un corrispondente reale, per diventare reale, passa da noi stessi.
Siamo noi che le diamo consistenza col nostro essere. La incarniamo.
Possiamo anche stare fermi senza agire ma per rendere reale la nostra dignità dobbiamo essere la dignità stessa.
E che cosa vuol dire?
Mettiamo insieme tutti i pezzi che abbiamo trovato fin qui e vediamo cosa succede.
La dignità è un’astrazione con risvolti piuttosto concreti. È un qualcosa che caratterizza l’essere e che non può essere messo in discussione.
Ha un valore intrinseco. Ma siamo noi ad esserne intrisi. Ogni nostra parte, corpo e mente.
Non è quantificabile ma quando manca si nota.
È una specie di fondamento che restituisce onore, credibilità, nobiltà d’animo, e senso all’intera persona. Come se mostrasse un titolo nobiliare personale e sociale. E quel titolo occorre “meritarlo”, esige rispetto ed esige che se ne dia.
Chiede di onorare sé stessi e chi si ha di fronte, nella propria essenza, agendo e comportandosi con una condotta che sia moralmente idonea affinché questo sia reso possibile.
La dignità si incarna in un modo di essere. Perciò la riconosciamo anche coi sensi ed emerge persino nei comportamenti.
Un comportamento dignitoso si vede nei singoli gesti.


La dignità è un assioma, si diceva. È indimostrabile ma indubitabile.
Eppure,
non sempre viene compresa e spesso viene “negata”.
Quando non si riesce ad incarnare la dignità, la parola che la veicola resta un suono vuoto di senso. Si perde di vista il proprio “titolo nobiliare” e il comportamento che ne deriverà risulterà scarsamente decente, rispettoso e idoneo ad una condotta personale e sociale, oltre che ad una buona percezione di sé.
Quel “briciolo di dignità” di cui si parlava all’inizio, testimonia come la carenza di qualcosa che dovrebbe sostenere l’intera impalcatura del soggetto si noti. Un po’ come si noterebbe se qualcuno cercasse di sostenere un sistema matematico senza gli assiomi.
La dignità non si perde. Così come non si perde un assioma. Semplicemente non si riconosce come fondamento.
Non se ne capisce la portata fondante. Con le ovvie conseguenze che ne possono derivare.
Agire senza dignità “autorizza” purtroppo anche il disconoscimento della dignità altrui come assioma. Ossia di ciò di cui non si può (e dovrebbe) dubitare. Finendo col nullificarla. O peggio, col distruggerla, con l’ovvio svuotamento del senso della decenza e dell’altrui persona.
In pratica, spogliarsi della propria dignità è il risultato di una cattiva comprensione del proprio essere ed equivale a spogliarsi della propria nobiltà. Di quel titolo “ontologico” (che indica cioè la propria essenza) non si è più degni.
Parimenti, togliere dignità ad altri, equivale a spogliarli di loro stessi, non riconoscendo più uno dei fondamenti stessi proprio della loro essenza.


E abbiamo un po’ la sensazione che in questo preciso momento storico la dignità di ogni persona abbia bisogno di essere maggiormente compresa.
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