di Marianna Mandato – È un periodo storico molto complesso. La confusione impera. I valori cambiano. Ma c’è una parola magnifica che riecheggia in molti ambiti del pianeta sempre più spesso: responsabilità.
Perché?
La persona lì in fondo, sì, proprio quella che vorrebbe soltanto sbirciare i grassetti senza dover leggere, saprebbe spiegare cosa vuole comunicarci la parola responsabilità?
Sembra proprio un parolone. Che normalmente non mette per niente a proprio agio.


Risuona quasi come i rimproveri che si fanno ai bambini. Quasi indispone fisicamente e prepara all’attacco di chi quella responsabilità raccomanda.
A sottolineare che, conoscere il significato delle parole, produce anche reazioni fisiche di un certo tipo. Ovviamente quando la comunicazione funziona. Non scordiamoci che comunicare non significa semplicemente parlare ma mettere in comune, condividere. In questo caso, uno stesso contenuto, affinché possa esserci la stessa comprensione del detto.
Provate a dire a qualcuno “dovresti essere responsabile”, oppure, “ti devi prendere le tue responsabilità” e saggiatene la reazione. Osservatene l’immediata mimica.


Eppure, se provassimo del pari a chiedere che cos’è la responsabilità, non siamo certi che tutti saprebbero rispondere adeguatamente. Ossia, con mente adeguata.
Il corpo sa meglio della mente le implicazioni di una parola?
Proviamo allora a comprendere realmente, vale a dire facendo coincidere mente e realtà, che cosa si porta dentro la parola responsabilità.
Innanzitutto, proviamo a imbottirla di quei significati che crediamo riescano a darle forma. Proprio come se dovessimo indicare gli ingredienti giusti ad un panettiere che si accingesse a guarnirci il “panino responsabilità”.


Sicuramente, impegno, promessa, correttezza, assennatezza, dovere, carico, risposta adeguata, corrispondenza, obbligo, consapevolezza, accordo, incarico.
Sembrerebbe una parola con un notevole contenuto morale.
Ma andiamo avanti e mettiamoci alla ricerca dei genitori della parola responsabilità.
Sottolineiamo, per inciso, che le parole che usiamo ogni giorno non spuntano mai fuori dal nulla. Hanno una loro vita vissuta, fatta di genitori e di parenti stretti che indicano quale debba essere il loro scopo nella vita.
Ormai siamo di casa e bussiamo alla porta dei latini.
Ci apre il latino responsus che è il participio passato del verbo respondēre. Il verbo è formato dalla particella re, che sembra insignificante e invece, da sola, vuol dire “di nuovo” o “indietro”, e da spondēre, che vuol dire promettere.
Da tener presente che per i latini non si trattava di una semplice promessa, quanto piuttosto di una promessa solenne, di un impegno serissimo.
Per renderci conto meglio di cosa si tratta, tiriamo in ballo altre due parole, sorelle (quasi gemelle) della stessa responsabilità. Già, perché in comune hanno proprio gli stessi genitori.
La prima è il nostro sposo, che altro non è che il participio passato di spondēre ossia, sponsus, senza il re.
E chi è lo sposo? Colui che contrae un matrimonio con la sposa, direte voi. Vero, ma, di fondo, è colui che giura, che promette in modo ufficiale e solenne di legarsi a qualcuno diventando il garante esso stesso di quell’unione. La sposa sarà e farà altrettanto.


La seconda parola è responso. Anche questa è esattamente il participio passato di spondēre e stavolta c’è anche il re-.
Il responso non era soltanto una risposta a qualcosa ma una risposta data da qualcuno che veniva considerato importante, “accreditato”, diremmo oggi, come poteva essere un oracolo. Quel re stava ad indicare che l’oracolo ri–spondeva, era responsabile di quanto affermava in via definitiva.


Si, bene, ma che cosa significa quel rispondere?
Per “rispondere” a questa domanda, andiamo avanti e chiediamoci se dalla parola responsabilità possa derivare un verbo. Responsabilizzare, certo.
Ma chi?
Ovvio, se stessi e tutti quelli che sono chiamati ad essere responsabili.
Ecco, essere responsabili. Il movimento, l’azione che fa in modo che la responsabilità abbia un senso reale, cioè nella realtà, passa da sé stessi.
Per realizzarsi nella realtà, la responsabilità ha bisogno del nostro impegno. Ha bisogno che manteniamo la promessa solenne che facciamo.
Appare da subito evidente dunque, la portata morale, a livello personale, ed etica, a livello sociale, di questa parola.
Perché?
Mettiamo insieme i pezzi di quanto trovato fin qui e cerchiamo le risposte corrette.
La responsabilità è una promessa di livello molto elevato, un patto solenne, una specie di matrimonio fra sé stessi e quel qualcosa o qualcuno verso cui ci stiamo impegnando, oltre che tra noi stessi (con le nostre promesse) e le nostre azioni.
La responsabilità stabilisce una relazione e un atteggiamento che si basano su una promessa consapevole. Ne rispondiamo.
In tal senso, chiediamo a noi stessi un responso che possa essere considerato ferreo.
Perché questo sia possibile dobbiamo acquisire l’abilità di rispondere in modo opportuno e coerente ad un impegno. Dobbiamo diventare abili nel mantenere un impegno con le nostre azioni.
Con un semplice gioco di parole, potremmo dire in breve che
la responsabilità è l’abilità di rispondere solennemente delle proprie azioni.
Per rispondere delle proprie azioni occorre conoscere le conseguenze di ciò che una mancata corrispondenza tra ciò che ci impegniamo a fare e ciò che facciamo realmente produrrebbe nella realtà.


Le conseguenze sono sempre reali.
Affinché questo sia possibile, concetti astratti come la fiducia, la solennità di un patto, l’impegno, la promessa, la correttezza, la coerenza, la giustizia, l’onestà, nonché la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni sugli altri e a livello sociale in generale, non possono essere parole evanescenti.
Le parole evanescenti sono quelle prive di sostrato reale. Meglio, di corrispondente reale. Dunque suoni articolati vuoti. In definitiva, chiacchiere che infarciscono la bocca e si perdono per aria scoppiando come bolle di sapone.
Come fossero bei vestiti ma privi della persona dentro che possa dar loro forma e senso. Vestiti belli da guardare in vetrina ma senza vita dentro.


Così, ogni volta che ci assumiamo la responsabilità di quanto diciamo e facciamo, promettiamo di risponder(n)e. Lo attesta quel re di rispondere. Che sta proprio a indicare un di nuovo. Prima in teoria. Poi in pratica. Prima si accetta o dichiara un qualcosa e poi se ne risponde.
E che vuol dire risponderne?
Che se non siamo coerenti con i nostri comportamenti ci sobbarcheremo la pena di eventuali conseguenze negative o deleterie.
E non dimentichiamo che c’è sempre chi subisce prima di noi le conseguenze di comportamenti non responsabili. Ossia quelli cui non abbiamo saputo rispondere in maniera solenne e adeguata pur essendo consapevoli.


Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato sulle nostre belle notizie ti invitiamo a seguirci sui nostri social o a iscriverti alla newsletter mensile cliccando qui





















