di Fabiola Bonghi – L’interesse per la scrittura a mano, per la calligrafia e per i suoi diversi stili ha subito negli ultimi anni un importante risveglio, quasi un’impennata: sui social più famosi – non si fanno nomi ma è davvero facile scovarli – fioriscono gruppi di aspiranti calligrafi di belle speranze che si dilettano studiando il corsivo inglese o le più moderne tendenze di lettering e modern calligraphy.
Il sonno dell’ottimismo genera apprensione, quando non timore o preoccupazione, sentimenti che spesso non hanno ragion d’essere: frequentemente servizi televisivi, video social o articoli di giornale, animati dal malcelato proposito di attirare like e visibilità, richiamano l’attenzione sulla perdita della capacità di scrivere a mano e sull’asseritamente inarrestabile decadenza delle moderne generazioni, che non sarebbero più capaci di tenere in mano una penna, figuriamoci scrivere in corsivo in modo intelligibile. Di ben altro tenore i contenuti che invece magnificano l’effetto positivo della scrittura a mano sul cervello, sul miglioramento della connettività cerebrale e chi più ne ha più ne metta!
Anche se l’ultimo studio della Norwegian University of Science and Technology, l’Università Norvegese della Scienza e della Technologia, che rileva come scrivere a mano potrebbe – ebbene sì, potrebbe – migliorare la connettività cerebrale più che scrivere su una tastiera, sembra un po’ la scoperta dell’acqua calda. Ma va bene così, dopotutto rivestire di autorevolezza scientifica dati di comune esperienza li rende più saldi contro chi vorrebbe contestarli glorificando, di contro, le magnifiche sorti e progressive di una società votata esclusivamente al progresso tecnologico, seppure a costo dell’oblio di ciò che di prezioso ci lascia il passato.


Invece l’interesse per la scrittura a mano, per la calligrafia e per i suoi diversi stili non è un trend da boomer, ossia da generazione di cinquantenni: torme di ragazzine agli ultimi anni di scuole elementari e ai primi di quelle medie si aggirano per le cartolerie più nascoste per scovare le ultime varianti di brush pen, pennarelli con punte flessibili che con l’incremento della pressione consentono di variare lo spessore del tratto, riproducendo lo stile dell’antico pennino ad immersione.
Fioriscono del pari corsi e workshop di calligrafia e lettering, e l’antico costume della scrittura si adatta, questo sì, ai tempi moderni, declinando la stile calligrafico in innumerevoli, più o meno fiorite o spigolose interpretazioni del corsivo.
Ce n’è per tutti i gusti, sia per chi ama la scrittura antica che stili più contemporanei.


Dal 25 al 29 settembre si è svolta a Gubbio l’edizione annuale del Festival del Medioevo, evento in cui questa età, non più considerata buia ma anzi, piena di luce, viene celebrata nella sua multiforme ricchezza.
E una delle sfaccettature di questa ricchezza non può che essere la scrittura, custode dei tanti tesori antichi che, grazie agli amanuensi che li hanno trascritti negli scriptoria dei monasteri, sono arrivati pressoché intatti ai giorni nostri.
Una sezione del festival è infatti dedicata all’arte della calligrafia, e al festival si possono trovare alcuni tra i più valenti tra i tanti calligrafi che, in un paese splendido ed incoerente come il nostro, tramandano la sapienza di un’arte antica, forti di più seguaci – followers?- di quanto non si crederebbe.


Declinazioni moderne sul tema sono fiorite in gran copia in occasione di Abilmente, il festival della creatività, appena conclusosi a Roma, dove era possibile “assaggiare” le primizie della calligrafia accedendo a diversi laboratori a tema – brush lettering, calligrafia moderna, gothicized italic – di breve durata che consentivano di iniziare a cimentarsi con il fascino della scrittura a mano.
Insomma, la scrittura a mano è ben lungi dall’essere morta e sepolta, anzi, è viva vegeta e scalciante
– alive and kicking, cantava un gruppo degli anni ‘80 – e non è mai tardi per iniziare: cosa aspetti a prendere il pennino in mano?





















