di Patrizia Caiffa – Le nuove generazioni di “nativi digitali” non sapranno più usare la penna per scrivere a mano, in corsivo? Sapranno solo strisciare dita sugli schermi del tablet o al massimo picchiettare su tastiere di telefonini e computer? E quali sarebbero i rischi della perdita di questa competenza, per le nostre società?
Sembra un’assurdità futuristica eppure una trasformazione epocale, che sta passando strisciante sotto i nostri occhi, è già in agguato.
Forse non tutti sanno che il 23 gennaio di ogni anno, negli Stati Uniti, si celebra già il “National handwriting day”, la Giornata nazionale per il recupero della scrittura manuale. Nel Paese che aspira ad essere il faro delle avanguardie nel mondo, milioni di bambini non sanno più scrivere in corsivo.
Motivata da istanze egualitarie in una società multirazziale, nella maggior parte delle scuole statunitensi non si insegna più a scrivere con le lettere collegate una all’altra, personalizzando la grafia, ma solo in stampatello.
Alcuni Stati americani, come la California, stanno facendo resistenza; altri dietrofront. Il fatto è che dall’inizio della rivoluzione digitale ad oggi, molti studi e ricerche stanno dimostrando gli effetti nefasti di un uso eccessivo della tecnologia per il cervello umano, soprattutto quello dei “nativi digitali” nati dopo il 2000, che non sanno come si viveva prima e stanno rischiando situazioni di declino mentale.
Tant’è che tra le giovani generazioni yankees la scrittura a mano sta tornando di moda, come un vezzo vintage.


“Non si tratta di fare una battaglia di retroguardia contro il digitale ma è la ‘battaglia delle battaglie’ contro lo spappolamento della capacità critica dei futuri cittadini”,
Un famoso neuroscienziato tedesco, Manfred Spitzer, ha identificato in un libro una vera e propria patologia derivata da troppo uso delle nuove tecnologie: la “demenza digitale”: può avere effetti negativi sull’ippocampo, portando alla perdita della memoria, alla riduzione delle capacità spazio-temporali, alla perdita del senso di orientamento, all’atrofizzazione della memoria numerica.
Secondo Spitzer
“i media digitali creano dipendenza, danneggiano la memoria, diminuiscono l’impegno mentale e, per questo, sono del tutto inadatti a favorire l’apprendimento scolastico”.
L’utilizzo dei media digitali negli asili e nelle scuole elementari, proprio perché il cervello dei bambini è malleabile, sarebbe come “esporli ad una pericolosa sostanza stupefacente”.


“Oggi c’è una eccessiva velocizzazione dei tempi di apprendimento – osserva Mennichelli -. Si richiedono al bambino prestazioni veloci che, secondo la sua normale crescita psicomotoria, non può fare prima dei 9 anni. Per imparare a scrivere c’è bisogno di fasi, è come imparare a camminare. Se non si rispettano queste fasi arrivano le mancanze.
Non a caso stanno aumentando moltissimo anche tra noi le ‘disgrafie’, ossia lo scrivere male, che ha conseguenze anche sull’autostima dei bambini”.
Dietro la scomparsa della penna “ci sono gli interessi economici delle industrie informatiche e della telefonia, che spingono per vendere i loro prodotti”, sottolinea Mennichelli.
In Italia “non siamo ancora in grosso pericolo perché siamo arretrati tecnologicamente”.
L’Istituto Moretti ha comunque avviato una Campagna per il diritto di scrivere a mano.





















